23 settembre 2010

Il Pan coll’Uva

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Ebbene sì, è ufficiale… Da due giorni è iniziato l’autunno 😦 E siccome indietro non si torna, devo solo aspettare pazientemente circa 10 mesi per potermi di nuovo godere il torrido caldo estivo… Ma me ne farò una ragione: abbandoneremo le insalate fresche, le granite ghiacciate e i dolcissimi e succosissimi frutti estivi, è vero, ma in questa stagione bigia, piovosa e tremendamente buia (se c’è una cosa che io odio sono le giornate corte, che alle 16,00 è già buio :evil:), la terra ci riserva comunque doni molto gustosi… Già sento il profumino legnoso e muschiato dei funghi, quello caldo ed intenso delle castagne e quello dolce ma al contempo asprigno dell’uva… Ecco, appunto, l’uva! Partiamo proprio da qui.
Tipico della stagione autunnale, nonché della mia regione (anzi, anzi, proprio della mia città: a quanto ne so, questo dolce è tipicamente pratese), il Pan coll’Uva, o “schiacciata” con l’uva (“stiaccia”, per dirla alla nostra maniera… E guai a chi la chiama “focaccia”!), è un dolce che nel periodo settembrino spopola nei supermercati, nei panifici, alle feste di paese e nelle cucine italiane. Non l’avevo mai fatto prima, e anzi, nonostante mi piaccia molto (in particolare, adoro il sapore del pane dolce irrorato del succo rosa/viola degli acini!) non lo mangio quasi mai… Il motivo? Quegli odiosissimi semini 👿 E siccome è raro, anzi, è pressoché impossibile trovare del pan coll’uva senza semi, poiché la cosa richiederebbe un lavoro certosino non da poco, avevo inizialmente deciso che questo pallosissimo lavoro l’avrei fatto io stessa… Per riuscire quindi a godermi una schiacciata con l’uva a modino 😉

E però, ammetto che dopo aver aperto e privato dei semi circa metà chicchi, la pasta era ormai ben lievitata… Ed io ero ormai stravolta 😕 Quindi non posso dire di aver gustato, neanche stavolta, un pan coll’uva totalmente privo di semi… E’ ottimo e succosissimo lo stesso eh, ma a costo di pagare qualcuno per darmi una mano, giuro a me stessa che la prossima volta lo rifaccio senza l’ombra di un seme!

INGREDIENTI (per una teglia di 22 x 28 cm)
400 gr. di farina 0
1 pizzico di sale
70 gr. di fruttosio (o 100 gr. di zucchero) + altri 3/4 cucchiai per spolverizzare
25 g. di lievito di birra (un cubetto)
800 gr. di uva nera da vino a chicchi piccoli (di solito c’è scritto “uva da schiacciata”)
1 cucchiaino di semi di anice
olio d’oliva

PREPARAZIONE
Impastate la farina con il sale, 4 cucchiai d’olio, 70 gr. di fruttosio ed il lievito di birra precedentemente sciolto in un bicchiere scarso di acqua tiepida; lavorate bene l’impasto, aggiungendo altra acqua tiepida (poca) se necessario, quindi lasciate che lieviti per circa un’ora (dovrà raddoppiare di volume), coprendolo con un canovaccio. Nell’attesa, se avete voglia di impazzire come ho fatto io (io l’ho fatto solo per metà, ahimè) dividete a metà gli acini d’uva e privateli dei semini, facendo attenzione a non eliminare la polpa dei frutti. Questa operazione vi farà sì perdere la pazienza, ma sarà utile anche per far sì che gli acini sprigionino ancor di più il loro sughino, di cui il pane si imbeverà!.
Passato il tempo della lievitazione stendete l’impasto sottile e dividetelo in due parti, ricavando due rettangoli uno un po’ più grande dell’altro. Ponete il più largo su un foglio di carta da forno ben oliato e stendetevi quindi un primo strato d’uva (diciamo 2/3 del totale), avendo cura di lasciare libero un po’ di spazio lungo i bordi; spolverizzate con altro fruttosio (o zucchero) e passate un filo d’olio. A questo punto ricoprite con l’altra metà di impasto, unendo bene i bordi dei due strati di pasta con le dita: dovrete sovrapporre i bordi liberi dello strato sottostante al rettangolo di pasta più piccolino. Ponete la schiacciata (con tanto di carta forno oliata) in una teglia da forno rettangolare e cercate di modellarla in base alla vostra teglia. Ricoprite la schiacciata con gli acini d’uva rimasti, cercando di pressarli per farli aderire alla pasta; spolverizzate con dell’altro fruttosio (o zucchero) e versate un altro filo d’olio. Cospargete in ultimo i semini di anice, quindi infornate a 180° C per 70 minuti circa, o comunque fino a che la superficie del pan coll’uva non sarà ben dorata; a me piace ben cotta sopra ma bella morbidina sotto, se invece voi volete che anche la base sia più colorita (personalmente non ve lo consiglio: la schiacciata si asciuga troppo e perde l’aroma del succo dell’uva, a mio modestissimo parere), proseguite la cottura qualche minuto in più, solo sotto. Aspettate che sia tiepida prima di affettarla e di gustarla 😉

Il pezzo di oggi è tipicamente autunnale… O insomma,  io lo reputo tale dal momento che il testo racconta di ricordi estivi ormai sbiaditi… E poi, a me questa canzone piace da matti 🙂
Beccatevi quindi Walking Barefoot degli Ash… Oh, come vorrei anch’io camminare scalza, sulla sabbia dorata, adesso… 🙄

22 marzo 2010

Biscotti Salati al Curry con Semi di Papavero

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SOTTOTITOLO: Taste, in Viaggio con le Diversità del Gusto @ Stazione Leopolda (Firenze) 13/15 marzo 2010

Dal 13 al 15 marzo 2010, alla Stazione Leopolda di Firenze si è svolta la quinta edizione di Taste – in Viaggio con le Diversità del Gusto, il salone dedicato alle eccellenze del cibo italiano e alle biodiversità della tavola nell’era globale, un’esperienza divertente e coinvolgente, alla scoperta dei tanti modi in cui oggi si esprime e si sperimenta il gusto. L’evento era suddiviso in 5 padiglioni:
Taste Tour
, il percorso di degustazione dei prodotti proposti dalle aziende, per conoscere e approfondire le ricchezze gastronomiche del nostro Paese: dalla vellutata al tartufo nero ai cioccolatini al Parmigiano, dalla passata di pomodorini Prunilli al miele d’erba medica, dalla pasta secca all’uovo lavorata a mano su trafile di bronzo al prosciutto al forno medievale, fino al formaggio stagionato di latte di bufala, la confettura all’aceto balsamico e la marmellata di olive taggiasche…;
Taste Tools
, gli oggetti di food & kitchen design, i capi di abbigliamento, le attrezzature tecniche e professionali per la tavola e la cucina;
Taste Shop
, il negozio dove acquistare i prodotti esposti e degustati, una sorta di department store dei cibi esclusivi;
Taste Ring
, una serie di talk show e di incontri con i protagonisti della cultura della tavola, dedicati ai temi più curiosi e caldi del lifestyle legato al gusto, agli abbinamenti imprevedibili tra il cibo e i più disparati aspetti della vita sociale, economica e culturale;
Taste Press
, l’area dove viene presentata una selezione di riviste e di progetti editoriali dedicati all’eno-gastronomia.
Taste ha raccontato e mostrato le radici della cultura enogastronomica italiana, la sua straordinaria pluralità e capacità di essere patrimonio internazionale. Al centro del progetto espositivo, il gusto come valore in ascesa della nostra epoca, dove si combinano una pedagogia della nutrizione, l’estetica e il design, l’uso di tutti i nostri sensi e le diverse versioni del lifestyle contemporaneo (fonte: Pitti Immagine).

Qui vi lascio un contributo della giornata, (riprese e post-produzione by Luca del Grande)… Niente musica oggi quindi, ma video 😉

Il mio post arriva un po’ tardi, lo so, ma la manifestazione ha avuto così tanto successo che sicuramente potrete appuntarvelo per il prossimo anno. Inoltre, il mio post è anche un pretesto per introdurre questa mia ricetta: i Biscotti Salati al Curry con Semi di Papavero. Eh sì, perché tra tutte le delizie che io, Claudia, Nicola e Luca abbiamo degustato al Taste, questi biscottini mi hanno colpita in modo particolare, e non appena mi è stato possibile ho provato a riprodurli! Ecco quindi la ricetta di questi straordinari biscotti salati:

INGREDIENTI (per circa 60 biscottini rotondi dal diametro di 4 cm)
300 gr. di farina 00
150 gr. di burro
½ bicchiere di latte
4 cucchiaini colmi di curry
3 cucchiaini rasi di semi di papavero
1 cucchiaino colmo di sale

PREPARAZIONE
Mescolate la farina, il curry, i semi di papavero ed il sale. Aggiungete quindi il burro precedentemente fuso ed il latte, poco alla volta, mescolando bene. Se la pasta vi sembra troppo dura aggiungete altro latte, ma senza esagerare. A questo punto stendete l’impasto (non troppo basso) e intagliate i biscottini nelle forme che preferite (io li ho fatti rotondi). Infornate a 180°  C per 20/25 minuti. Servite a temperatura ambiente.

13 settembre 2008

Ristorante Ashoka

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Sicuramente molti di voi avranno sentito parlare del Ristorante Ashoka, in zona San Frediano a Firenze; vi si possono gustare ottimi piatti tipici indiani, e da molti è considerato uno dei migliori ristoranti indiani della zona. In effetti, fin dall’entrata nel locale, tutto lascia presagire che la serata si prospetti positiva: l’ambiente è caldo e accogliente, le salette sono ben curate (c’è anche la disponibilità di una sala per fumatori) e l’atmosfera che si viene a creare è orientaleggiante quanto basta per poter mangiare dell’ottimo cibo indiano senza sentirsi fuori luogo.
Anche il servizio è ottimo: la ragazza che si occupa di prendere l’ordinazione, oltre ad essere carinissima, è indiana a tutti gli effetti, dunque è molto brava a dispensare consigli su cosa davvero valga la pena assaggiare e su quali sono le bevande che meglio si sposano col cibo indiano.

Ma ecco che cosa abbiamo mangiato io e Luca ieri sera (non vi spaventate, siamo dei veri buongustai…):
Nan, ossia una soffice focaccia di farina bianca lievitata;
Bharua Pakora, una sfoglia (la cui forma e consistenza ricordano un “involtino primavera” un po’ più lungo) ripiena di verdure e patate;
Paneer Pakora, frittelle salate fatte con una pastella di farina di ceci ripiene di formaaggio fresco solido (non fuso);
Murg Madras Curry, cioè pollo in salsa di farina di lenticchie e Madras (una salsa tipica del Sud dell’India a base di curry rosso, più piccante rispetto al curry tradizionale);
Murg Tikka Masala, cioè bocconcini di pollo disossato cotti al forno in salsa densa speziata, il Tikka Masala appunto (una salsa rossa le cui spezie di base sono il Garam Masala, la Paprika e il Cumino);
Riso Basmati bianco, da accompagnare con i due piatti a base di pollo;
Bharua Alu, ossia delle patate sbucciate ma intere, scavate nel senso della lunghezza, riempite con del formaggio e cotte in forno;
Baigan Bartha, melanzane arrosto in salsa di cipolle e spezie.

La nostra lauta cena è stata accompagnata da del Lassi, una bevanda tipica indiana a base di yogurt sbattuto; lo abbiamo assaggiato sia nella sua versione al naturale, cioè salato, che con il mango, quindi dolce. In realtà gli indiani bevono il Lassi come aperitivo, ma noi lo abbiamo usato per “spengere il fuoco” tra un piatto e l’altro (addirittura la cameriera credeva che io non lo avessi gradito, visto che dopo l’antipasto ho lasciato il mio Lassi quasi intero da una parte!!). Ma non solo: ci siamo scolati pure dell’ottima birra indiana King Fisher!
Insomma, che dire, la cena è stata ottima; i prezzi sono un tantino alti, se si considera che un piatto a base di pollo costa intorno ai 9,00 euro e ogni piatto a base di verdure circa 6,00 euro. Tutto sommato, però, direi che una volta all’anno si può fare… Anche se io ci tornerei pure stasera!!!

22 aprile 2008

Lovelife

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Si sa, mangiare bene e spendere poco è quasi impossibile. Quando poi si ha poco tempo a disposizione nella pausa pranzo, allora sì che il problema si complica… Sono una studentessa universitaria del Polo di Scienze Sociali di Novoli (Firenze), e spesso mi capita di dover pranzare lì. E va a finire che ripiego sempre su un trancio di pizza, o su un panino… Le alternative, a dire la verità, non sono moltissime nell’ambito dell’Università (fatta eccezione per la mensa, ma c’è sempre una fila indescrivibile!!)… Ma da poco ho scoperto un posto che mi ha colpito davvero molto; si chiama Lovelife, e si trova all’interno della “cittadella” che a poco a poco sta crescendo intorno agli edifici universitari. Non ho trovato nessun accenno sulla rete a questo locale, per cui ho deciso di parlarvene io stessa perché, credetemi, è una vera bontà, basata su un’idea che a parer mio è davvero apprezzabile, non solo perché è particolare ed unica nel suo genere, ma anche perché è naturalissima… Ed è senz’altro ben riuscita!

Lovelife non è un bar qualunque: è un posto dove si serve solo ed esclusivamente frutta, verdura e latticini. Un locale per vegetariani? No, assolutamente: chiunque vi può trovare qualcosa che soddisfi il suo palato. Si va dalle vellutate al cous cous, dalle focaccine con verdure alle torte salate, dalle insalate alla macedonia, dai frullati allo yogurt.

Ma andiamo con ordine: il locale è piccolo ma spazioso, ben curato, colorato e piacevole. L’atmosfera è decisamente “naturale”: come non notare l’enorme vaso di vetro che contiene solo mele verdi, che richiamano il colore acceso delle pareti!

Il cibo, come già ho accennato, è ottimo, anche e soprattutto perchè è oltremodo naturale. Ogni cosa viene preparata sul momento: vuoi un frullato? I ragazzi che gestiscono il locale prendono il mixer e lo riempiono con gli ingredienti da te scelti, frullano tutto e… ecco qua la merenda. Lo stesso vale per la vellutata, o per il cous cous, che ognuno può accompagnare con gli ingredienti che preferisce. Ogni cosa è servita rigorosamente senza condimento: chi vuole si serve da solo con olio, spezie, sale, parmigiano grattugiato, crostini di pane per le vellutate e chi più ne ha più ne metta.

Unica pecca: il locale è aperto solo dal lunedì al venerdì, dalle 10:00 alle 19:00, un limite, dunque, per chi, come me, muore dalla voglia di farlo provare ad amici che però non frequentano l’ambito universitario fiorentino e che, durante i giorni lavorativi, non hanno tempo sufficiente per venire a Novoli nella pausa pranzo… 😦

Ma se vi capita di passare da quelle parti vi consiglio vivamente di fare un salto da Lovelife, anche e soprattutto ai “carnivori”: fidatevi, sarà una libidine… per il portafoglio (un pranzo completo può arrivare al massimo sui 6,00 euro!!) e soprattutto per il palato!!


29 febbraio 2008

Janis Joplin Tribute

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Torniamo di nuovo a parlare di musica… Con un omaggio alla fantastica Janis Joplin. Ieri sera sono stata al Rex Cafè a Firenze a sentire il concerto acustico della sua cover band: loro si chiamano “Tell Mama” (dal titolo di una canzone della Joplin), e sono davvero bravi. La voce della cantante, Alessia Alessandri, è davvero potente, e con la sua grinta è riuscita a riportare in vita i capolavori della grande Janis. E’ stato davvero emozionante ascoltare dal vivo canzoni spettacolari come Cry Baby, Piece of My Heart e Me and Bobbie McGee. Sicuramente non è da tutti potersi avvicinare vocalmente alla più grande cantante bianca di blues di tutti i tempi… Una voce abrasiva la sua, ma allo stesso tempo anche struggente e appassionata, emotiva e commovente, con la quale la Joplin trasformava i brani fino a stravolgerli (ascoltate la versione di To Love Somebody dei Bee Gees per esempio), regalando interpretazioni cariche di dolore e di gioia, di rabbia e di malinconia. Una voce che partiva e parte dal cuore e che, come una freccia scagliata da lontano, arrivava e arriva dritta al cuore di chi l’ascolta. Come disse un suo amico: una volta che ascolti quella voce, non la potrai più dimenticare.

Dopo una carriera alle stelle, durata circa quattro anni, il 4 ottobre 1970, a soli 27 anni, Janis fu trovata morta nella stanza di un motel di Los Angeles, stroncata da un’overdose di eroina in seguito alla quale cadde faccia a terra rompendosi il volto. (Liberamente tratto da Wikipedia).

Mi piace chiudere gli occhi ed ascoltare Mercedes Benz, un’interpretazione sincera e grintosa mediata solo dalla sua voce “alla cartavetrata”. Che bello sarebbe stato poterla ascoltare dal vivo… 🙂

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(Foto da rififi)

1 febbraio 2008

“Ristorante” Sushi Mania

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Per la serie “voglia di sushi”, anche ieri a pranzo ho degustato le delizie del Giappone… è stato un semplice caso a dire la verità. A mezzogiorno avevo una visita dermatologica a Firenze, zona Piazza della Libertà, e ci sono andata con mia mamma, due macchine separate visto che io avevo lezione all’Università alle 14,00 e temevo di non fare in tempo a riportarla a casa. Addirittura avevo portato con me un panino, perché credevo di dover fare tutto di corsa… E invece la visita è stata rapida, per cui avevamo abbastanza tempo per mangiare qualcosa insieme con più calma. E la scelta è ricaduta proprio lì… proprio sul divino sushi… molto meglio di un panino tutto pane e poco ripieno, no???

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Avevamo notato questo Sushi Mania (in Viale Strozzi) la scorsa settimana, sempre andando dalla stessa dottoressa (perioduccio, questo, per i miei nei…), e avevo giurato a me stessa che prima o poi avrei provato anche questo posto, con chi non importava. Ma l’ho fatto molto prima del previsto!!
Il posto è molto carino, ben curato, con un arredamento semplice e moderno, ed è molto “easy”, nel senso che si mangia su degli sgabelli intorno al bancone o a dei tavolini tipo bar. In effetti, la particolarità del locale è proprio quella di fare principalmente servizio take away (ordini, vai, prendi e porti via) e da asporto (presto li chiamerò per farmi portare la cenetta giapponese direttamente a casa…). I prezzi sono proporzionati alla semplicità del locale: con un set di 6 Uromaki e uno di 4 Futomaki ho speso poco più di 12,00 euro; il rapporto qualità prezzo è senz’altro conveniente. Insomma, magari non sarà il posto ideale per una cenetta a lume di candela, ma per un pasto tranquillo va più che bene… Anzi, è perfetto per chi, come me, adora il sushi ma non sempre (anzi quasi mai) può spendere un’esagerazione… e allora meglio sedersi intorno ad un bancone, e mangiare senza tovaglia, ma gustare comunque dell’ottimo cibo giapponese… 🙂

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Una curiosità: sapete che cosa significa la parola “sushi”? Significa “aceto con riso”, dove “su” sta a significare “aceto” e “shi” è l’abbreviazione della parola “meshi”, ossia “riso cotto”. E’ proprio con l’aceto, infatti, che i giapponesi condiscono il loro riso, anche se non si direbbe proprio… io odio l’aceto… ma amo il sushi!!!!

30 gennaio 2008

Ristorante Oh Sushi

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Ieri sera sono stata a cena con Luca e con i miei al ristorante giapponese Oh Sushi, a Sesto Fiorentino. Il ristorante si trova al piano superiore del centro commerciale Ipercoop, ma questo non deve trarvi in inganno: la cucina è ottima ed il pesce è freschissimo!! La particolarità di questo posto è che c’è la possibilità di mangiare non solo seduti ad un tavolo, ma anche intorno al bancone: dalla cucina vengono “sfornati” piccoli piattini di manicaretti giapponesi che vengono poi posti su un nastro scorrevole; chi è seduto al bancone si vede passare sotto gli occhi tutti i piatti sul rullo e sceglie quelli che più lo ispirano. Una possibilità, questa, che non ho mai trovato in nessun altro ristorante nipponico in Italia (anche se ne ho girati solo quattro o cinque… ), ma solo allo “Yo Sushi” al Gatwick Airport di Londra! Ovviamente, c’è di positivo che si possono scegliere i piatti in base al gusto personale, “all’occhio” per intenderci… mi è capitato di mangiare cose (tipo l’anguilla!) che sulla carta non avrei mai scelto! Tuttavia va detto che, soprattutto ai più inesperti, può capitare di alzarsi da tavola senza sapere davvero che cosa si è mangiato, dal momento che non esiste quasi un menu! Inoltre, il costo del cibo varia in base al colore del piatto sul quale è posto (ci sono cinque diversi colori e si va dai 2,00 euro ai 5,00 euro), ma per sfamarsi del tutto alla fine si arriva a spendere un bel po’… Io non sono mai riuscita a star sotto la soglia dei 40 euro (per questo ci vado spesso con i miei 🙂 )!!

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(foto da http://www.coopfirenze.it/info/art_2614.htm)

La scelta del cibo verte soprattutto intorno al sushi. Si distingue di solito tra Maki-Sushi e Nighiri-Sushi. Il primo è un involtino di alga marina (Nori) con all’interno riso, pesce crudo o cotto e/o verdure. Il secondo, invece, è un semplice bocconcino di riso ricoperto soltanto da filetti di pesce, crudo o cotto. La varietà del sushi nasce dalla scelta dei condimenti, delle guarnizioni, dei ripieni e dal modo in cui essi vengono combinati. Gli stessi ingredienti, infatti, possono essere assemblati in maniere completamente differenti per ottenere effetti diversi. Gli ingredienti comunemente usati sono tonno, salmone, aringa, anguilla, surimi, polpo, gamberi, capesante, uova di salmone e di lompo. Il pesce considerato di miglior qualità è detto Toro, un taglio grasso e marmorizzato di tonno. Tra le verdure, le più usate per comporre del sushi sono il cetriolo, l’avocado e, più raramente, l’ananas. Il sushi si gusta intinto con Salsa di Soia e Wasabi (una salsa verde di rafano dal sapore pungente, che di solito si diluisce in piccole quantità nella salsa di soia).
Ma i piatti base della cucina giapponese non sono solo quelli che vertono intorno al sushi…

Cercando di ricordare i mille piattini che abbiamo assaggiato, ecco più o meno che cosa abbiamo preso ieri sera:
Tekka Maki (Maki-Sushi con tonno crudo);
Sake Maki (Maki-Sushi con salmone crudo);
Ebi Maki (Maki-Sushi con code di gambero cotto);
Avogado Maki (Maki-Sushi con avocado);
Kappa Maki (Maki-Sushi con cetriolo);
Amaebi Sushi (Nighiri-Sushi con gambero crudo);
Ebi Sushi (Nighiri-Sushi con gambero cotto);
Anago Sushi (Nighiri-Sushi con anguilla alla piastra);
Maguro Sushi (Nighiri-Sushi con tonno crudo);
Sake Sushi (Nighiri-Sushi con salmone crudo);
Ika Sushi (Nighiri-Sushi con calamaro e uova di salmone, dette Ikura);
Tako Sushi (Nighiri-Sushi con polpo);
Hotategai Sushi (Nighiri-Sushi con polpa di capesante e Ikura);
Futomaki (Maki-Sushi più largo con diversi ingredienti, scelti in modo da completarsi a vicenda come gusto e come colori, tipo tonno crudo, gambero cotto, avocado e ananas);
Sake Temaki (cono di Nori con riso e salmone crudo sotto forma di tartara, detto Tarta Sake);
Negitoro Temaki (cono di Nori con riso e tonno crudo sotto forma di tartara, detto Tarta Maguro);
Uramaki (Sushi-Maki che, a differenza degli altri, ha il riso all’esterno e il Nori all’interno, a circondare il ripieno -spesso misto come nel Futomaki-. Lo strato di riso esterno viene spesso guarnito con un altro ingrediente, come uova di lompo o semi di sesamo tostati);
Inarizushi (una piccola tasca o cavità fatta con il Nori, spesso riempita con Ikura, con Tarta Sake o Tarta Maguro);
Miso Shiro (zuppa a base di Miso, un derivato della soia, arricchita con verdure);
Sashimi Sake (semplice filetto di salmone crudo freschissimo);
Sashimi Maguro (semplice filetto di tonno crudo freschissimo);
Tempura di gamberi (gamberi impastellati e fritti);
Tempura mista (pesce e verdure impastellati separatamente e fritti).

La qualità del pesce da Oh Sushi è senz’altro ottima, ma i prezzi sono un po’ alti considerato il fatto che il servizio è minimo (i camerieri servono praticamente solo le bevande e i cibi cotti, che non scorrono sul rullo ma vanno ordinati): meglio andarci quando non si ha troppa fame! Un’ultima cosa: il biglietto da visita è il più carino che io abbia mai visto, a forma di omino giapponese ciccione, probabilmente un lottatore di sumo…!

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22 gennaio 2008

Ristorante Darvish

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Quello che vi propongo oggi è un locale multietnico che si trova a Firenze, in Via Ghibellina 76/r, dove Luca ed io siamo stati a cena sabato sera con Claudia e Nicola. Loro c’erano già stati e ce ne avevano parlato molto bene, così abbiamo deciso di provarlo anche noi. Il ristorante – cocktail bar Darvish propone piatti provenienti da vari paesi: Grecia, Persia, Thailandia, Libano, India, Turchia, Israele. Questo, se da un lato può rappresentare un limite (molti non si fidano di certi locali “misti”), dall’altro è positivo poiché permette di scegliere di quale paese orientale gustare la cucina…
Il locale è molto piccolo, circa una decina di coperti, ma è davvero ben curato: luci calde e soffuse, candele, rilassante musica araba, drappeggi esotici e aromi speziati… tutto contribuisce a creare un’atmosfera piacevole, intima e… ovviamente orientaleggiante!

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Ecco quali sono i piatti che abbiamo assaggiato:
Frittelle di Patate (Persia) con cipolla, farina, uova e spezie;
Tortino di Spinaci (Israele) con uova, farina, feta e spezie;
Tortino di Carote (Persia) con uova e cannella;
Humuos (Libano), una salsa a base di ceci, aglio, limone e Tahina (una crema oleosa che si ottiene dai semi di sesamo tostati e spremuti);
Babaganush (Libano), una crema di melanzane affumicate con tahina e spezie varie;
Pollo al Curry (India), a base di yogurt, pomodoro, carote e, ovviamente, curry;
Felafel (Libano), polpette a base di ceci, prezzemolo, porri, sedano e coriandolo;
Pollo al Lime, accompagnato o da Riso con Lenticchie (Persia) insaporito con cipolla e curcuma o da Riso Verde (Persia) a base di porri, aneto ed erbe.

(Un grazie particolare a Nicola, che ha fotografato l’intero menu… altrimenti non avrei mai potuto ricordarmi tutto!!!)
Abbiamo mangiato davvero bene, anche se sono un po’ di parte visto che adoro i sapori orientali… 🙂
Dunque, un ottimo rapporto qualità – prezzo: la spesa è stata di circa 22 euro a testa, compresi il vino, l’acqua, i dolci e i caffè. A proposito di caffè: al Darvish si possono sorseggiare anche il caffè turco (simile a quello greco, cioè parecchio denso) e quello marocchino (con la schiuma del latte e il cacao in polvere). Insomma, se passate da quelle parti vi consiglio di farci una sosta, anche solo per sorseggiare una delle numerose varietà di tè!

11 gennaio 2008

Ristorante Dioniso

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Oggi io e Luca siamo stati a pranzo da Dioniso, un ristorante greco in Via San Gallo 16/r, a Firenze. A dire la verità ci eravamo già stati altre volte, e ci era sempre piaciuto, ma avevo sempre aspettato a parlarne perché avevo bisogno di rinfrescarmi la memoria… Beh, ora è arrivato il momento!

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Il ristorante, gestito da italo-greci, non è molto grande, giusto due salette, ma ha anche un piccolo gazebo coperto all’esterno dove d’estate si sta molto bene. All’interno i colori sono quelli tipici della Grecia, prevalentemente azzurri, e ci sono poster di film tipo “Zorba il greco” e di personaggi come Irene Papas e Aristotele Onassis… Insomma, l’atmosfera è molto accogliente e il locale è sempre pieno!

Adesso passiamo al cibo, che non ci ha mai deluso. Questo è quello che abbiamo mangiato oggi:
Pita Ghiros, ossia un piatto che comprende una pita (il tipico “pane” greco, tipo piadina), un bel po’ di ghiros (carne di maiale o di pollo infilzata in uno spiedo verticale, che rotea intorno al suo asse, tipo kebap -la parola greca“ghiros” ha infatti lo stesso significato di “doner”, che spesso precede la parola “kebab” o “kebap”-), patatine fritte, pomodori, cipolle e tzatziki (una salsa tipica greca a base di yogurt, aglio e cetriolo) ;
– Insalata Greca, un’insalatona (dove non c’è insalata!) con pomodori, cetrioli, feta (il tipico formaggio greco, favoloso!), cipolle e olive greche (nere, grandi e ben speziate);
Pikilia Dioniso, ossia un piatto unico con diversi assaggi: due salse diverse (Kafteri, salsa di formaggi greci con peperoncino, e Melitzanosalata, salsa di melanzane e mollica di pane), verdure saltate, tre tipi di polpettine (di ceci, di carne di manzo e di formaggio), un Dolmadakia (involtino con foglie di vite ripieno di riso ed erbe aromatiche), pomodori e un po’ di ghiros di maiale;
Spanacopita, cioè pasta filo (tipo pasta sfoglia) ripiena di spinaci, feta e aneto (a vederla è un po’ come la nostra valdostana).

Tra i piatti che invece oggi non abbiamo mangiato, ma che sono molto buoni, ci sono anche la Mussaka (uno sformato di melanzane e patate con ragù di carne e besciamella), l’Imam (melanzane ripiene con verdure, pomodoro e feta), il Suvlaki (spiedino di maiale o pollo alla griglia) e la Feta al Cartoccio, con pomodori, olive greche e peperoncino.

Ho notato che molte persone, da Dioniso, mangiano pesce, e a vederlo sembrerebbe molto invitante (per quanto siano cose molto semplici, tipo pesce spada, polpo o gamberoni alla griglia); l’unico motivo che ogni volta mi frena è che adoro il sapore della carne cucinata da loro, sia ghiros che suvlaki, ricca di odori e di spezie (credo che venga lasciata a marinare per ore in olio, limone e spezie varie: origano, menta, peperoncino, aneto, cumino, cannella e coriandolo, la cui presenza e le cui quantità variano a seconda del luogo), per cui ogni volta mi butto su quella!
Un’ultima cosa: assaggiate il tipico Yogurt Greco, che rispetto al nostro è più denso, più cremoso, meno acido e più dolce (e anche più calorico!); di solito viene servito con miele e noci, ma è molto buono anche al naturale.

Ah, dimenticavo: sempre a Firenze, in Via dell’Agnolo 93/r, c’è la Ghirosteria Dioniso (stesso gestore), dove gli stessi piatti greci li trovate da asporto (ci sono comunque diversi tavoli con sgabelli per sedersi e mangiare lì). Qui potrete mangiare l’altra variante della Pita Ghiros, non al piatto, ma “a mano”, ossia arrotolata a mo’ di panino. E qui ovviamente, la spesa è più contenuta, nonostante non sia eccessiva neppure in Via San Gallo, dove si può arrivare a spendere intorno ai 25 euro a testa, ma giusto se uno ha deciso di sfondarsi… 🙂 In effetti, la cucina greca tende a riempire… Ma è fantastica!!

EDIT: LA GHIROSTERIA; AHIME’, NON ESISTE PIU’…. 😦

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