30 novembre 2012

Monte Argentario: la Quiete della Macchia Mediterranea e del Mare d’Inverno

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Dovessi descrivere con tre aggettivi questo fine settimana che io e Luca abbiammo trascorso presso il Monte Argentario, sarebbero sicuramente “selvaggio”,  “profumato” e “rilassante”. Selvaggio come le strade che abbiamo attraversato, selvaggio come la macchia mediterranea in cui ci siamo addentrati, selvaggio come il nostro itinerario, all’arrembaggio: ogni percorso che avevamo deciso di intraprendere finiva per forza per subire delle modifiche, che dipendessero o meno da noi.

Profumato come il mare quello vero, quello che sa di pesce fresco e di porto, profumato come il sottobosco umido d’autunno, profumato come i cibi genuini e cucinati (quasi sempre) con amore che abbiamo gustato.

Il fine settimana che io e Luca abbiamo appena trascorso nelle zone del Monte Argentario è stato però anche rilassante… Per quanto possa essere definito rilassante un itinerario pressante di cose da vedere e da provare, da assaggiare e da fotografare, considerando che le giornate, ahimè, alle 17,00 sono pressoché concluse. Eppure era per un certo verso distensivo trovarsi a passeggiare per borghi silenziosi, vuoti, direi “svuotati” dal caos estivo (il che ha anche i suoi contro, sia ben chiaro, tipo la miriade di posti chiusi per ferie 😦 ), attraversare la palude (ehm, zanzare apparte) solo noi con le nostre macchine fotografiche e qualche gatto a seguito, esplorare rovine d’epoca romana avendo l’impressione di essere silenziosamente osservati soltanto da un sottobosco quanto mai vivo (e, probabilmente, anche da qualche cinghiale)… Ma andiamo con ordine.

Il nostro week end in quel del Monte Argentario è iniziato venerdì scorso, appena usciti da lavoro: un paio d’ore di macchina da Lucca e già eravamo ad Orbetello, dove pernottavamo. Il B&B Toni e Judi  ci attende proprio nella via centrale della città: lasciata l’auto sul lungomare basta addentrarsi nella ztl e, pochi passi dopo, al numero 112, uno stretto portone si apre davanti a noi invitandoci a salire due piani di ripide scale (al primo piano c’era un’estetista, se qualcuno fosse interessato…). La stanza che ci accoglie è un accumulo di cimeli e chincaglierie varie più o meno colorate e colorite; una foto del Che si erge maestosa su un muro (la signora è cubana); gli infissi sono tutti sui toni dell’azzurro. La nostra stanzetta, piccola ma pulita e calda, è invece dominata dai colori caldi, sui toni del rosso, arancione e giallo. Lasciate le nostre cose, il tempo di una rinfrescata e già partiamo alla ricerca di un posto dove cenare. La scelta ricade subito su I Pescatori, un ristorante organizzato a mo’ di sagra (si sceglie dal menu, pochi piatti, si paga alla cassa e ci si siede ad un tavolo) dalla cooperativa dei pescatori della laguna; oltre a gustare ottimi piatti a base di pesce di laguna, il cosiddetto “pesce povero” (pici alla bottarga, maltagliati al ragù di palamita, alici in mille modi, anguilla sfumata e marinata), possiamo acquistare anche dell’ottima bottarga (che, peraltro, è presidio Slow Food) e dei gustosi sughetti a base di palamita, spigola, orata o sugarello. Rifocillati da cotanta bontà ma stanchi dalla giornata lavorativa che ci lasciamo alle spalle, facciamo due passi sul lungomare e ce ne andiamo a lettino.

Sabato mattina ci alziamo di buona lena, una colazione veloce (e miserina: giusto un cornetto con marmellata, caffè e/o latte, fette biscottate e un bicchierino di succo) ed uno sguardo rapido alla laguna illuminata dal sole, quindi partiamo alla volta della costa: procediamo verso nord-ovest, Porto Santo Stefano, ma non ci fermiamo e proseguiamo in auto scendendo a sud percorrendo la strada che costeggia tutto il lungomare roccioso. Ogni tanto una fermata è d’obbligo: il mare è incantevole, il panorama mozzafiato! Quel che non avevamo tenuto in conto, quasi raggiunto Porto Ercole, era il fatto che avremmo dovuto percorrere ben 4 km di strada completamente non asfaltata, sconnessa e piena di profonde buche (vi lascio immaginare com’era felice Luca di passare da lì con la sua Ypsilon…). Finito l’incubo, ritrovata la strada asfaltata, raggiungiamo Porto Ercole dove, dopo una breve passeggiata ed una visita alla Fortezza (solo esternamente perché era chiusa), ci fermiamo per il pranzo. Mi ero segnata un paio di posti davvero validi ma, si sa, le aspettative sono fatte per essere disattese: molti ristoranti erano in ferie, tra cui, per l’appunto, quelli che mi erano stati segnalati. Sconsolati ed affamati, dopo un’oretta di disperato vagare, entriamo al ristorante La Sirena: vista “quasi sul porto”, si mangia in veranda che fa caldino. I crostini al ragù di polpo non sono male, i miei spaghetti alla spigola pure (anche se secondo me c’era un che di panna che poteva benissimo essere evitato); gli spaghetti allo scoglio di Luca sono completamente slegati dal sugo che pare essere congelato; i calamari alla griglia sono accettabili. Insomma, niente di che, ma la spesa è stata comunque onesta.

Prima che faccia buio risaliamo su fino alla Riserva Statale Duna Feniglia, la “lingua di terra” più a Sud tra le tre che collegano il Monte Argentario alla nostra penisola. Ci piacerebbe percorrerla tutta (sono 6 km) ma il noleggio di bici non si effettua, evidentemente, in questo periodo dell’anno (nonostante il clima mite), le zanzare mi stanno letteralmente uccidendo (non vi dico quante appinzature mi sono contata dal ginocchio in giù… E avevo pure i leggins!) e sta per fare buio… Facciamo due passi nella macchia spingendoci fino alla baia, quindi torniamo indietro e ripartiamo poco più a Sud, verso Ansedonia, a goderci il tramonto sulla scogliera della Tagliata Etrusca (un tempo area portuale romana – gli etruschi non c’entrano nulla! – della città di Cosa, della quale Ansedonia conserva ancora i resti) dove è visibile lo Spacco della Regina, una fenditura naturale della roccia. Ma il sole ormai si è spento: è l’ora della doccia e del riposino.

La sera usciamo a cena in prossimità del Tombolo della Giannella, la lingua di terra più a Nord delle tre che collegano il promontorio dell’Argentario alla terraferma. Il locale dove avevamo pensato di cenare è al completo, ma Tripadvisor ci dà una grande mano suggerendoci dove gustare quello che si rivelerà essere il miglior pasto della vacanza: l’Oste Dispensa, lungo la provinciale della Giannella. Il fatto che il ristorante si trovi presso un albergo (l’Hotel Ambra) non deve farvi storcere il naso: in realtà questo posto è un preludio di pasta fatta in casa e pesce fresco, dove il profumo dei pesci di laguna appena pescati si sposa alla perfezione con la fantasia dello chef Stefano Sorci e con la genuinità dei piatti da lui stesso preparati ad arte. Ci lasciamo coccolare da uno dei tanti menu degustazione (consigliati, per poter assaggiare più portate possibili): nell’antipasto assaggi di baccalà con ceci, alici marinate con cipollotti, polentina con ragù di gattuccio, spuma di razza con cuore di sedano, pesce bandiera in carpione, alicette e calcinelli dorati: il cosiddetto “pesce povero” la fa da padrone ed è preparato splendidamente. A seguire spaghetti alla carbonara di mare con cozze e bottarga (divini), pici fatti in casa con vongole e gamberoni (delicatissimi), spigola e celeta alla griglia con verdurine (patate e carote) al forno. Per concludere, torta al cioccolato fondente e noci, torta con pere, pinoli e cannella e un bel sacchettino di biscottini fatti in casa dagli svariati gusti: una cena davvero favolosa, personale cordiale e discreto, locale silenzioso ed accogliente, chef davvero valido! Soddisfatti come e forse più della sera precedente torniamo in quel di Orbetello: se la sera precedente pareva che la città fosse morta, ci accorgiamo ben presto che di sabato sera le vie del centro pullulano di giovani… Ma chissà, noi forse non siamo più così giovani: scansiamo la folla e ce ne saliamo in camerina.

La domenica mattina ci sveglia nebbiosa e bigia, ma per fortuna non piove. Facciamo colazione, quindi ci apprestiamo a raccogliere tutte le nostre cose, paghiamo e salutiamo i nostri “amici” del B&B. Percorriamo verso l’interno il ponte di Orbetello, quindi scendiamo a Sud di nuovo verso Ansedonia per visitare le rovine della città di Cosa, un tempo scalo marittimo degli antichi romani: soli nel verde degli ulivi, il profumo del sottobosco è inebriante, la vista dall’alto delle rovine scioccante, la presenza dei cinghiali (lo si intuisce dai cumuli di terra ampiamente smossa) inquietante! Torniamo verso il promontorio ed iniziamo a salire verso l’interno: le nuvole si fanno più fitte e la visibilità diminuisce. Riusciamo ancora a vedere il Convento dei Padri Passionisti, a metà della salita, ma una volta arrivati sulla cima del Monte Argentario a malapena si distinguono le imponenti antenne della RAI.

Torniamo verso altezze più umane e ci dirigiamo verso Porto Santo Stefano, da dove partono i traghetti per il Giglio. Un paio di soste sulla spiaggia di Santa Liberata e presso quella dei Bagni di Domiziano (il mare è una tavola, e l’acqua è pure bella calda…), quindi cerchiamo un posto dove rifocillarci, rifacendoci per tempo onde evitare di ripetere l’esperienza del giorno precedente. Siamo in località Pozzarello, poco prima di Porto Santo Stefano: magari qui troviamo qualcosa di meno turistico, pensiamo. La Trattoria La Formica attrae la nostra attenzione: stabilimento balneare anni ’70, gente del posto, atmosfera familiare, locale alla buona; lo proviamo. Ben presto ci rendiamo conto che la pulizia non è di casa, qui, ma cerchiamo di non farcene un cruccio: speriamo solo di mangiare bene! E invece… Antipasto di mare risicato, polipetti duri come sassi, sicuramente preconfezionato. Aspettiamo un’ora per avere un piatto di pasta allo scoglio e quando arriva… La pasta è cruda dentro e bruciacchiata fuori, un paio di gamberoni neri sovrastano la matassa di spaghetti, che affoga in un sugo nero esattamente come i crostacei. Un vero schifo. Paghiamo il conto (ahimè) senza aver mangiato niente, augurando la peggiore fine al locale e chiedendoci come sia possibile che esista al mondo qualcuno che si permette di servire un tale scempio, e ce ne andiamo alla volta di Porto Santo Stefano, alla ricerca di una pizza a taglio e di una sana birretta. E intanto, già cala il sole… Una breve visitina all’Acquario della laguna, e si riparte.

Lungo la strada di ritorno verso casa ci allunghiamo per una deviazione a Roccastrada, piccolo borgo medievale a metà strada tra Grosseto e Siena; facciamo due passi, sorseggiamo un vino come aperitivo, quindi ci gustiamo una cena di tutto rispetto Dal Conte al Picio Matto, rifacendoci del pranzo: l’antipasto prevede salame, prosciutto toscano, un ottimo pecorino senese, crostino col cavolo nero, pappa al pomodoro, puntarelle con acciughe, involtino di zucchina grigliata ripiena di gorgonzola; di primo scegliamo i pici del conte (con radicchio, speck e pecorino romano) e quelli con salsiccia, pomodoro e pecorino (ma di pici, essendo la specialità, ce ne sono mille varianti, tutte buonissime); terminiamo con una crostata fatta in casa. L’atmosfera è rilassante e piacevole (eravamo davanti al caminetto), lo chef simpatico e competente, i prezzi davvero bassissimi per la qualità dei cibi. Parliamo un po’ di Lucca con la gentile signora che ci ha serviti, poi però è il momento di tornarci davvero, a Lucca… Stanchi ma felici, riprendiamo la strada di casa: inconvenienti a parte, ci siamo goduti questa breve fuga romantica al massimo, tra i profumi, i sapori e gli odori di un pezzo di Toscana che ancora non conoscevamo e che valeva davvero la pena scoprire. Potessimo, ci torneremmo anche domani.

24 novembre 2010

I miei Primi due Premi: grazie Rebecca!

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Perdonate la felicità che traspare dal titolo ma… Come non esserlo? Sono nella blogosfera da un pochino ormai (nonostante Rebecca mi nomini in quanto “Blog nato da poco, beh, non so… 3 anni possono definirsi davvero “poco”? 😀 )… E non ne avevo mai ricevuti, di premi 😳
E adesso, due premi in un colpo solo… Ma non saranno troppi? 😛

In ogni caso, beh, mi sono informata ed ho scoperto che, quando si riceve un premio, bisogna:
1) Ringraziare coloro che ci hanno premiato (fatto!)
2) Scrivere un post per il premio (lo sto facendo!)
3) Passarlo a 12 blog che riteniamo meritevoli (lo sto per fare – vedi sotto – )
4) Inserire il collegamento di ciascuno dei blog che abbiamo scelto (idem come sopra)
5) Dirlo ai premiati (pant pant… lo farò a breve, promesso!) (fatto!)

Quindi, questi sono i premi:

E questa è la lista dei blogger a cui io ho deciso di inviare il premio:
1 – Fabien di La Cuisine di Fabien (anche se so che è in stand-by);
2 – Norma di A la marenda Sinòira;
3 – Michela de Il Diario di Mimmi;
4 – Antonella de Il Luppolo Selvatico;
5 – Lucy di Ti Cucino Così;
6 – Maria Cristina di Pane, Burro e Zucchero;
7 – Gaia de La Gaia Celiaca;
8 – LaVero di Menando il Can per l’Aia;
9 – Paola de La Cucina di Paola Brunetti;
10 – Popa, Barbara, Sere, Ale e Dormiglia de Il Giardino degli Aromi;
11 – Veronica di Cucina Deliziosa;
12 – Francesca di Francesca V.com.

Spero di aver fatto davvero cosa gradita… Per me è stata graditissima, credetemi, e non finirò mia di ringraziare Rebecca (Non Tollero il Lattosio) per quest’opportunità!!
E ora via, filo ad avvisare tutti!! 😀

22 marzo 2010

Biscotti Salati al Curry con Semi di Papavero

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SOTTOTITOLO: Taste, in Viaggio con le Diversità del Gusto @ Stazione Leopolda (Firenze) 13/15 marzo 2010

Dal 13 al 15 marzo 2010, alla Stazione Leopolda di Firenze si è svolta la quinta edizione di Taste – in Viaggio con le Diversità del Gusto, il salone dedicato alle eccellenze del cibo italiano e alle biodiversità della tavola nell’era globale, un’esperienza divertente e coinvolgente, alla scoperta dei tanti modi in cui oggi si esprime e si sperimenta il gusto. L’evento era suddiviso in 5 padiglioni:
Taste Tour
, il percorso di degustazione dei prodotti proposti dalle aziende, per conoscere e approfondire le ricchezze gastronomiche del nostro Paese: dalla vellutata al tartufo nero ai cioccolatini al Parmigiano, dalla passata di pomodorini Prunilli al miele d’erba medica, dalla pasta secca all’uovo lavorata a mano su trafile di bronzo al prosciutto al forno medievale, fino al formaggio stagionato di latte di bufala, la confettura all’aceto balsamico e la marmellata di olive taggiasche…;
Taste Tools
, gli oggetti di food & kitchen design, i capi di abbigliamento, le attrezzature tecniche e professionali per la tavola e la cucina;
Taste Shop
, il negozio dove acquistare i prodotti esposti e degustati, una sorta di department store dei cibi esclusivi;
Taste Ring
, una serie di talk show e di incontri con i protagonisti della cultura della tavola, dedicati ai temi più curiosi e caldi del lifestyle legato al gusto, agli abbinamenti imprevedibili tra il cibo e i più disparati aspetti della vita sociale, economica e culturale;
Taste Press
, l’area dove viene presentata una selezione di riviste e di progetti editoriali dedicati all’eno-gastronomia.
Taste ha raccontato e mostrato le radici della cultura enogastronomica italiana, la sua straordinaria pluralità e capacità di essere patrimonio internazionale. Al centro del progetto espositivo, il gusto come valore in ascesa della nostra epoca, dove si combinano una pedagogia della nutrizione, l’estetica e il design, l’uso di tutti i nostri sensi e le diverse versioni del lifestyle contemporaneo (fonte: Pitti Immagine).

Qui vi lascio un contributo della giornata, (riprese e post-produzione by Luca del Grande)… Niente musica oggi quindi, ma video 😉

Il mio post arriva un po’ tardi, lo so, ma la manifestazione ha avuto così tanto successo che sicuramente potrete appuntarvelo per il prossimo anno. Inoltre, il mio post è anche un pretesto per introdurre questa mia ricetta: i Biscotti Salati al Curry con Semi di Papavero. Eh sì, perché tra tutte le delizie che io, Claudia, Nicola e Luca abbiamo degustato al Taste, questi biscottini mi hanno colpita in modo particolare, e non appena mi è stato possibile ho provato a riprodurli! Ecco quindi la ricetta di questi straordinari biscotti salati:

INGREDIENTI (per circa 60 biscottini rotondi dal diametro di 4 cm)
300 gr. di farina 00
150 gr. di burro
½ bicchiere di latte
4 cucchiaini colmi di curry
3 cucchiaini rasi di semi di papavero
1 cucchiaino colmo di sale

PREPARAZIONE
Mescolate la farina, il curry, i semi di papavero ed il sale. Aggiungete quindi il burro precedentemente fuso ed il latte, poco alla volta, mescolando bene. Se la pasta vi sembra troppo dura aggiungete altro latte, ma senza esagerare. A questo punto stendete l’impasto (non troppo basso) e intagliate i biscottini nelle forme che preferite (io li ho fatti rotondi). Infornate a 180°  C per 20/25 minuti. Servite a temperatura ambiente.

5 febbraio 2010

World Nutella Day 2010: il mio contributo! Sorrisi di Sfoglia Ripieni di Nutella

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Girovagando sul web a notte inoltrata (alle 22,00 avevo sonno.. poi misteriosamente è passato 😀 ), ieri sera (ehm… stamattina) ho scoperto con somma gioia che oggi, 5 febbraio 2010, Sara di Ms. Adventures in Italy e Michelle di Bleeding Espresso (e Shelly di At Home in Rome, con lo spirito) hanno solennemente indetto il “World Nutella Day 2010”, a celebrazione della famosissima crema di nocciole 😀
Io non sono amante della Nutella, nel senso che se passo nel reparto cosegolosemaipocaloriche del supermercato sono più attratta dalle patatine nel sacchetto (aromatizzate al pollo arrosto, al prosciutto, al formaggio caprino… madò che schifo che mi faccio) che non dai dolciumi… Però in onore dei pomeriggi adolescenziali passati col dito nel vasetto (pochi, ma buoni) ho deciso con entusiasmo di partecipare all’evento 🙂
La ricetta è semplicissima e veloce, ma gustosa lo è per forza: ecco qui i miei Sorrisi di Sfoglia Ripieni di Nutella 😀

INGREDIENTI (per 18 sorrisi)
2 confezioni di pasta sfoglia (da 230 gr. l’una)
200 gr. di Nutella (1 bicchiere classico, per intendersi)
zucchero a velo
cacao amaro in polvere

PREPARAZIONE
Stendete la pasta sfoglia col mattarello. Usate un piattino delle tazzine da caffè come stampino, per ricavare dei dischi (a me ne sono venuti 9 con ogni rotolo di pasta sfoglia, 7 subito e altri 2 rimettendo insieme e ristendendo col mattarello i ritagli avanzati). Spalmate ogni disco con la Nutella (indicativamente un cucchiaino colmo per ognuno), lasciando libero all’incirca 1 cm di bordo. Chiudete i dischi a mezzelune schiacciando bene i bordi affinché non si aprano durante la cottura. Ponete i sorrisi su una teglia ricoperta con carta da forno e infornate a 200° C per 15 minuti, 20 al massimo. A cottura ultimata, spolverate con lo zucchero a velo e col cacao amaro in polvere.

Ecco il link all’evento: http://www.nutelladay.com/.
E… Buone scorpacciate dolci (oggi chiunque può trasgredire 😉 )!

Edit: da oggi si cucina con la musica!!! Cosa mi ha ispirato oggi?
Pink”, degli Aerosmith 8)

19 novembre 2009

Semi di Zucca

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Visto che ormai maneggio le zucche con estrema destrezza :D, e visto che per fare gli involtini ho comprato la zucca al mercato, non quella già pulita ma quella ‘vera’, ho conservato i semi e ho deciso di tostarli, proprio come quelli nei sacchettini che si comprano alla fiera :).
E’ semplicissimo: lavate i semi, poneteli su una teglia da forno con la carta da forno (già caldo a 180°C),e fateli tostare finchè non saranno dorati e belli croccanti (all’incirca una decina di minuti)… Quindi salate e gustate!

Tra l’altro ho scoperto che i semi di zucca fanno molto bene: “hanno proprietà rilassanti-sedative, antiossidanti, emollienti, blandamente lassative, diuretiche e antielmintiche (svolgono cioè un’azione antiparassitaria, specie sulla tenia, della quale favorirebbero il distacco dalla parete intestinale, facilitandone così l’eliminazione). I semi di zucca vengono sfruttati da secoli nella medicina popolare, in varie preparazioni, e la loro capacità di prevenire anche problemi alla prostata rende consigliabile il loro regolare consumo a tutti gli uomini sopra i quarant’anni. Ma anche le donne ne traggono beneficio, perché i semi sono utili nella prevenzione della cistite”.
(da Anagen).

19 ottobre 2009

Alla larga da Ricetta.it!

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Cari amici, so che mi seguite in pochissimi… Ma spero che da questo post traggano consiglio in molti. C’è un sito di ricette, www.ricetta.it/blog, che di culinario ha ben poco. L’altro giorno Mimmi (che ringrazio infinitamente per questo!) mi ha segnalato un abuso da parte di questo sito nei miei confronti: si erano indebitamente appropriati della mia foto del pollo al curry!! La ricetta era simile ma non proprio uguale, e tutto sommato trovo che certi piatti siano così uguali a se stessi che sia difficile dire con certezza se ingredienti e preparazione di una ricetta siano stati copiati o meno; ma sulla foto non ci piove, quella è mia, dietro c’è la mia cucina e quelli sono i miei piatti bianchi, con tanto di farfallina in rilievo, presi coi punti della B*arilla anni e anni or sono! Ma te guarda se un sito di cucina deve far finta di cucinare!!! Ma dove sta la passione?? Mi pare comunque, ad occhio e croce, che per fortuna siano ben pochi quelli che seguono questo sito… a meno che non ci siano così pochi (per non dire nessuno!) commenti solo perchè chi gestisce il sito ha il brutto vizio di cancellare i commenti postati… Almeno a me è successo così O_O

stop_plagioCopio-incollo il post di Mimmi dal suo blog, inerente appunto il problema in generale di appropriazione indebita da parte di http://www.ricetta.it/ (eh sì, perchè pare che ce l’abbiano di vizio: non c’è una foto che sia stata scattata da loro!!):

“C’é un sito che, nonostante sia giá stato segnalato in passato per plagio, continua indisturbato a copiare foto e/o ricette, cambiando il nome dell’autore.
Sono talmente poco aquile, che talvolta inseriscono le foto con tanto di nome del blog da cui sono state clonate.
Il sito in questione si chiama http://www.ricetta.it/.
Proporrei, come se fosse un evento, di divulgare a macchia d’olio il nome di questo sito. É sicuramente pubblicitá, ma non credo che alla lunga siano poi cosí contenti di essere sulla bocca di tutti”.
(da http://ildiariodimimmi.blogspot.com/2009/10/segnalazione-importante.html).

(immagine da http://gancjo.blogspot.com/2008_12_01_archive.html)


15 giugno 2009

Conoscete le farfalle?

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Conoscete le farfalle? Io assolutamente no. Poco fa però in giardino ne ho notato un esemplare davvero favoloso, e a quanto ho capito non più usuale per le mie zone (Prato – Firenze, in città): il Papilio Machaon. Ecco qua il mio esemplare:

papilio machaon

Mi sembra giusto, a questo punto, fornire qualche info in più, da Wikipedia e da Altervista:
“il Papilio Machaon è un Lepidottero (l’ordine di insetti a cui appartengono farfalle e falene) della superfamiglia delle Papilionoideae, una famiglia prevalentemente tropicale di cui solo 9 specie sono presenti in Italia (una delle quali, appunto, è quella del Papilio Machaon). La specie risulta filogeneticamente affine al Papilio Hospiton, da cui si discosta per la presenza di “code” più lunghe sulle ali posteriori e per le macchie rosse più grandi sulle pagine superiori delle ali posteriori.
Il Papilio Machaon è sicuramente una delle più belle farfalle dell’intera etonofauna europea, per il suo volo agile, elegante e veloce, per i bellissimi colori vistosi e per la sua eccezionale apertura alare. Se fino a non molti anni fa questa era una specie presente e diffusa soprattutto nelle campagne o in collina, dall’inizio della primavera (periodo in cui le crisalidi sfarfallano) fino ad autunno inoltrato, oggi il Papilio Machaon è sempre più raro, a causa della rarefazione del suo habitat e dei biotopi (che non sono dei topolini biologici, ma aree limitate abitate da organismi di una stessa specie o di specie diverse) in grado di ospitarlo, oltre che per l’uso indiscriminato di pesticidi anche nei giardini privati. Un’altra occasione, questa, per meditare su come l’uomo sta riuscendo a distruggere tante e tali bellezze della natura, che scompaiono quasi nell’indifferenza o nella poca conoscenza generale”.

22 aprile 2008

Lovelife

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Si sa, mangiare bene e spendere poco è quasi impossibile. Quando poi si ha poco tempo a disposizione nella pausa pranzo, allora sì che il problema si complica… Sono una studentessa universitaria del Polo di Scienze Sociali di Novoli (Firenze), e spesso mi capita di dover pranzare lì. E va a finire che ripiego sempre su un trancio di pizza, o su un panino… Le alternative, a dire la verità, non sono moltissime nell’ambito dell’Università (fatta eccezione per la mensa, ma c’è sempre una fila indescrivibile!!)… Ma da poco ho scoperto un posto che mi ha colpito davvero molto; si chiama Lovelife, e si trova all’interno della “cittadella” che a poco a poco sta crescendo intorno agli edifici universitari. Non ho trovato nessun accenno sulla rete a questo locale, per cui ho deciso di parlarvene io stessa perché, credetemi, è una vera bontà, basata su un’idea che a parer mio è davvero apprezzabile, non solo perché è particolare ed unica nel suo genere, ma anche perché è naturalissima… Ed è senz’altro ben riuscita!

Lovelife non è un bar qualunque: è un posto dove si serve solo ed esclusivamente frutta, verdura e latticini. Un locale per vegetariani? No, assolutamente: chiunque vi può trovare qualcosa che soddisfi il suo palato. Si va dalle vellutate al cous cous, dalle focaccine con verdure alle torte salate, dalle insalate alla macedonia, dai frullati allo yogurt.

Ma andiamo con ordine: il locale è piccolo ma spazioso, ben curato, colorato e piacevole. L’atmosfera è decisamente “naturale”: come non notare l’enorme vaso di vetro che contiene solo mele verdi, che richiamano il colore acceso delle pareti!

Il cibo, come già ho accennato, è ottimo, anche e soprattutto perchè è oltremodo naturale. Ogni cosa viene preparata sul momento: vuoi un frullato? I ragazzi che gestiscono il locale prendono il mixer e lo riempiono con gli ingredienti da te scelti, frullano tutto e… ecco qua la merenda. Lo stesso vale per la vellutata, o per il cous cous, che ognuno può accompagnare con gli ingredienti che preferisce. Ogni cosa è servita rigorosamente senza condimento: chi vuole si serve da solo con olio, spezie, sale, parmigiano grattugiato, crostini di pane per le vellutate e chi più ne ha più ne metta.

Unica pecca: il locale è aperto solo dal lunedì al venerdì, dalle 10:00 alle 19:00, un limite, dunque, per chi, come me, muore dalla voglia di farlo provare ad amici che però non frequentano l’ambito universitario fiorentino e che, durante i giorni lavorativi, non hanno tempo sufficiente per venire a Novoli nella pausa pranzo… 😦

Ma se vi capita di passare da quelle parti vi consiglio vivamente di fare un salto da Lovelife, anche e soprattutto ai “carnivori”: fidatevi, sarà una libidine… per il portafoglio (un pranzo completo può arrivare al massimo sui 6,00 euro!!) e soprattutto per il palato!!


16 gennaio 2008

Tokidoki

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Da poco tempo ho scoperto questo nuovo marchio, che mi ha incuriosito per il suo stile colorato e per i suoi personaggi decisamente particolari. Così mi sono documentata un po’ ed ho scoperto che… “Tokidoki è il nome d’arte di Simone Legno, un graphic/web designer romano con circa 10 anni di esperienza professionale, che ha imposto a livello mondiale un marchio nato come progetto personale. Attualmente Legno vive a Los Angeles, dove ha creato appunto una sua linea di magliette e gadgets, ma ha lavorato e lavora anche per nomi come Toyota, MTV, John Galliano, Tim, Telecom, Renault, Alessi. La celebrità tra il grande pubblico è forse arrivata grazie alla collaborazione con Fornarina, per cui Tokidoki ha decorato capi di abbigliamento e borse. Tokidoki (in giapponese “qualche volta”) è sinonimo di figure femminili orientali, di giocosità e sensualità.” (da Elmanco e Mtv)

Insomma, viene da dire soltanto “buon per lui”…… Però i suoi disegni mi piacciono da morire…

tokiheadzb3.jpg
(foto da http://mmbf2create.blogspot.com/2007/11/tokidoki.html)

… Così tanto che ieri mi sono tolta uno sfizio e mi sono comprata una t – shirt con Sandy (la bambolina – cactus verde coi capelli rosa), alla “modica” cifra di 42 euro… Ma che “caro” questo Simone Legno!!!

9 gennaio 2008

It’s tea time!

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Sul giornaletto che regalano nei supermercati Esselunga, alla cassa (“News”), ho trovato un articolo interessante sul tè (di Cristina Sparaciari): consumo, origini, proprietà, etc. Essendone una consumatrice abituale (per quanto per nulla intenditrice!) mi è venuta l’idea di riportare l’articolo qui sul mio blog, non si sa mai, magari non tutti si servono in questa catena di supermercati… 🙂

“Il tè ha origini leggendarie e una storia lunga cinquemila anni. In Occidente è arrivato circa quattrocento anni fa grazie ai traffici commerciali in Oriente di olandesi, portoghesi e inglesi. E, dopo l’acqua, è ancora oggi la bevanda più bevuta al mondo. Si stima che siano cinquanta milioni le tazze di tè bevute quotidianamente e che il consumo medio a testa sia di 120 ml al giorno, poco meno di una tazza. In Italia sbarcò nella Repubblica di Venezia nel 1559 al seguito di un avventuroso ambasciatore. I viaggi erano lunghi e pericolosi fino a quando nel 1869 fu inaugurato il Canale di Suez e le imbarcazioni che percorrevano la via del tè poterono finalmente evitare il Capo di Buona Speranza e tagliare per il Mar Rosso. Il mitico veliero Cutty Sark era appunto un “tea clipper”, uno di quei vascelli che all’epoca facevano la spola tra Shangai e Londra per rifornire il Vecchio Mondo delle preziose gemme e foglioline della Camelia Sinensis. Oggi a produrre tonnellate di tè ogni anno sono principalmente India, Sri Lanka, Cina, Kenia e, soprattutto per il tè verde, Giappone. Seguono altri paesi africani, Indonesia, America del Sud e Australia. E ci sono piccoli appezzamenti, anche in Italia, nella piana lucchese.

UNA SIGNORA CAMELIA
La pianta del tè è una camelia dai fiori bianchi bellissimi, con vistosi stami gialli. Secondo il Tea Council inglese se ne contano millecinquecento varietà. Se cresce selvatica può innalzarsi anche oltre i dieci metri, ma nei cosiddetti “giardini” la si mantiene attorno al metro, cioè a misura di raccolta. Questa avviene in genere più volte l’anno: si raccolgono i germogli in cima ai rametti e le prime tre o quattro foglioline sottostanti. Poi segue la lavorazione e da questa deriva il tipo di tè che troviamo in commercio.

VARIETA’ E PROPRIETA’
Quello che consumiamo di più è il Tè Nero: English Breakfast (dal sapore vagamente tostato, che accompagna la sveglia del mattino), Darjeeling (il tè delle cinque per antonomasia), Earl Grey (aromatizzato al bergamotto) e Orange Pekoe. In questo caso, germogli e foglie sono lasciati all’aria per 12-24 ore o distesi in lettiere e sottoposti ad un leggero flusso di aria calda. Quindi vengono arrotolati meccanicamente (in modo che escano gli enzimi che determinano la fermentazione), dopo di che sono messi a fermentare in ambienti umidi e, infine, lasciati essiccare. Il tè cinese chiamato Oolong (spesso aromatizzato al ribes nero) è sottoposto ad una fermentazione molto breve, tanto che è detto semifermentato. Il Tè Rosso, chiamato anche Pu Erh, ha un processo di produzione molto particolare, che prevede l’aggiunta di lieviti, ed una fermentazione lunga, che può durare anche due anni. Questa produzione rende il tè rosso particolarmente ricco di antiossidanti. Il Pu Erh non va confuso con l’infuso di Rooibos, ottenuto da un arbusto proveniente dal Sudafirca, anch’esso chiamato a volte tè rosso. Il prezioso Tè Bianco, invece, non è sottoposto a fonti di calore, ma ad una lavorazione più delicata. Prodotto in minime quantità, è uno dei migliori tè in commercio. Si ottiene dai tenerissimi germogli, non ancora schiusi, raccolti due volte l’anno (in aprile e settembre), in una precisa regione cinese, la provincia di Fujian, e oggi anche in alcune piantagioni dello Sri Lanka. Un tempo quelle gemme erano esclusivamente raccolte per i delicati palati della famiglia imperiale. E’ un tè chiarissimo e dolce che non vuole aggiunte né di latte né di limone. Si gusta a qualsiasi ora ed è perfetto anche durante i pasti. Il Tè Verde, infine, è apprezzato per le sue innumerevoli proprietà salutari. Dal gusto un po’ agro ma piacevole, contiene molti polifenoli principalmente del gruppo delle catechine (tra cui l’Egcg, che ha elevatissime proprietà antiossidanti, di cui si studiano le proprietà antitumorali). Un vero concentrato di salute se bevuto regolarmente.

MISCELE E AROMI
Il tè che troviamo in commercio è “blended” (miscelato). Infatti, a seconda dei raccolti, del terreno, dell’altitudine della zona di coltivazione e delle stagioni, la qualità del tè non può essere identica. Ad assicurare al mercato sempre lo stesso sapore ci pensa un personaggio chiave delle aziende produttrici, il “tea taster”, il degustatore di tè. Specialista nella perfetta miscelatura, sa riconoscere al gusto la provenienza del tè che ha nella tazza e, dopo decine di assaggi, decide qualità e quantità da assemblare. Chi si volesse avventurare in miscele personali con i tè in foglie dovrà fare esperimenti magari consultando “The Tea International”, la rivista-bibbia degli irriducibili amanti del tè. Oggi sono molto diffusi anche i tè Floreali, Speziati o Fruttati. In genere, si tratta di tè nero aromatizzato, per esempio, al gelsomino, alla vaniglia, alla pesca, alla fragola etc. Il famoso Lady Grey, un tè per tutte le ore, richiama arancia, limone e bergamotto.

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IL RITO DELLE CINQUE
Il tè delle cinque è una tradizione che nacque in Inghilterra il giorno dell’incoronazione della regina Vittoria. Erano gli anni Trenta dell’800 e nelle case dei benestanti il tè era immancabile. Oggi come allora, i puristi per addolcire usano zucchero di canna, niente limone, semmai un goccio di latte. In Inghilterra, ad una fumante tazza di tè, si accompagnano “scones” alla panna (dolcetti morbidi e fragranti), plumcake o sandwich al cetriolo e al prosciutto affumicato. Nel terzo millennio sono spariti i pizzi e i pasticcini e un buon tè si può gustare a casa grazie all’ampia scelta di bustine proposte dal mercato. A proposito di bustine: sapete chi le ha inventate? Un tale Thomas Sullivan, commerciante di tè a New York che, nel 1908, aveva cominciato a inviare ai clienti campioncini dentro sacchetti di seta. La loro diffusione come “tea bags” avvenne però solo negli anni Settanta e iniziò, guarda caso, ancora in Inghilterra.

REGOLE E CURIOSITA’
Come si conserva? Il tè assorbe l’umidità. Per mantenerlo fresco e non modificarne il gusto, conservare il tè sciolto e le bustine in un contenitore sigillato.
Come si prepara? Usare sempre acqua appena uscita dal rubinetto. Assicurarsi che la teiera sia pulita. Scaldare la teiera sciacquandola con un goccio di acqua bollente. Per il tè nero e per il tè verde, fare bollire l’acqua non troppo a lungo e usarla subito. La quantità giusta è un cucchiaino di tè per persona e uno per la teiera, ma è possibile usare quantità maggiori o minori per un tè più forte o più leggero. Un copriteiera allunga il tempo di infusione e può rendere amaro e troppo carico il tè.
Quanto lasciare in infusione la bustina? Tre minuti. Poi aggiungere latte o limone, a seconda delle preferenze.
Quanto lasciare in infusione il tè sciolto? Dai quattro ai sette minuti. La regola generale è: più grande è la foglia, maggiore è il tempo di infusione.
Il tè sfuso produce un tè migliore delle bustine? Entrambi i tipi di tè presentano dei vantaggi. Per molti il rituale della preparazione del tè è più appagante e il tè in foglie ha un gusto più delicato e profumato. Ma le bustine sono più comode e danno un tè dal gusto più intenso. Le miscele utilizzate per la produzione di bustine e di tè sciolto sono le stesse.
Bisogna versare prima il tè o prima il latte? La regola “prima il latte” serviva a proteggere la leggera porcellana “bone china” in cui un tempo veniva servito il tè. Oggi è una scelta personale.
Perché a volte nella tazza si forma un residuo oleoso? A causa della dimensione delle foglie utilizzate per le bustine, il tè può liberare alcuni oli essenziali che producono un residuo del tutto innocuo.

UN PRESIDIO DI BENESSERE
Antiossidante: il tè contiene sostanze polifenoliche, note per le proprietà antiossidanti. Le principali appartengono al gruppo delle catechine e dei flavonoli.
Idratante: il tè è perfetto per ripristinare i fluidi persi, meglio se bevuto di frequente e in piccole quantità.
Poco calorico: consumato “liscio” ha un minimo contenuto di grassi e calorie. La normale tazza (200 ml), con un goccio di latte parzialmente scremato, contiene solo 14 kcal e meno di 0,5 grammi di grassi.
Senza carboidrati: la quantità di carboidrati varia a seconda delle infusioni. Gli infusi di tè come quelli delle erbe pure, ad esempio camomilla e menta piperita, sono praticamente privi di carboidrati, mentre quelli con frutta hanno un contenuto di carboidrati maggiore.”

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