01.31.08

Fusilli con Pomodorini, Olive e Rucola

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Ieri mattina ho trovato sulla busta della rucola una ricetta che mi è sembrata buona, Fusilli con Pomodorini, Olive e Rucola, ed ho voluto provarla. Eccola qua:

INGREDIENTI (per 2 persone)
200 gr di fusilli
10 pomodorini ciliegini
10 olive nere circa
70 gr di rucola
80 gr di mozzarella
1 spicchio d’aglio
4 cucchiai di olio d’oliva
sale
pepe

PREPARAZIONE
Mettete a bollire l’acqua per la pasta in una pentola. Intanto scaldate l’olio in un tegame, unite l’aglio e lasciate insaporire per alcuni minuti. Tagliate i pomodorini a metà, sgocciolate le olive e tagliatele a rondelle o, se non sono snocciolate, a pezzetti (io ho usato le olive kalamata, quelle greche, che sono più saporite). Infine tagliate grossolanamente la rucola. Mettete i pomodorini nel tegame e fateli imbiondire brevemente; unite poi le olive e la rucola, ed insaporite con il sale e il pepe. Cocete i fusilli, scolateli al dente e conditeli con il sugo preparato (meglio non far saltare la pasta nel tegame dove avete preparato il sugo, altrimenti la rucola si ammoscia troppo!). Unite la mozzarella a dadini e servite.

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Un primo piatto gustoso, velocissimo da preparare e leggero, ancora di più se lo si prepara senza mozzarella (viene molto buono lo stesso!)… :)

01.30.08

Ristorante Oh Sushi

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Ieri sera sono stata a cena con Luca e con i miei al ristorante giapponese Oh Sushi, a Sesto Fiorentino. Il ristorante si trova al piano superiore del centro commerciale Ipercoop, ma questo non deve trarvi in inganno: la cucina è ottima ed il pesce è freschissimo!! La particolarità di questo posto è che c’è la possibilità di mangiare non solo seduti ad un tavolo, ma anche intorno al bancone: dalla cucina vengono “sfornati” piccoli piattini di manicaretti giapponesi che vengono poi posti su un nastro scorrevole; chi è seduto al bancone si vede passare sotto gli occhi tutti i piatti sul rullo e sceglie quelli che più lo ispirano. Una possibilità, questa, che non ho mai trovato in nessun altro ristorante nipponico in Italia (anche se ne ho girati solo quattro o cinque… ), ma solo allo “Yo Sushi” al Gatwick Airport di Londra! Ovviamente, c’è di positivo che si possono scegliere i piatti in base al gusto personale, “all’occhio” per intenderci… mi è capitato di mangiare cose (tipo l’anguilla!) che sulla carta non avrei mai scelto! Tuttavia va detto che, soprattutto ai più inesperti, può capitare di alzarsi da tavola senza sapere davvero che cosa si è mangiato, dal momento che non esiste quasi un menu! Inoltre, il costo del cibo varia in base al colore del piatto sul quale è posto (ci sono cinque diversi colori e si va dai 2,00 euro ai 5,00 euro), ma per sfamarsi del tutto alla fine si arriva a spendere un bel po’… Io non sono mai riuscita a star sotto la soglia dei 40 euro (per questo ci vado spesso con i miei :) )!!

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(Da http://www.coopfirenze.it/info/art_2614.htm)

La scelta del cibo verte soprattutto intorno al sushi. Si distingue di solito tra Maki-Sushi e Nighiri-Sushi. Il primo è un involtino di alga marina (Nori) con all’interno riso, pesce crudo o cotto e/o verdure. Il secondo, invece, è un semplice bocconcino di riso ricoperto soltanto da filetti di pesce, crudo o cotto. La varietà del sushi nasce dalla scelta dei condimenti, delle guarnizioni, dei ripieni e dal modo in cui essi vengono combinati. Gli stessi ingredienti, infatti, possono essere assemblati in maniere completamente differenti per ottenere effetti diversi. Gli ingredienti comunemente usati sono tonno, salmone, aringa, anguilla, surimi, polpo, gamberi, capesante, uova di salmone e di lompo. Il pesce considerato di miglior qualità è detto Toro, un taglio grasso e marmorizzato di tonno. Tra le verdure, le più usate per comporre del sushi sono il cetriolo, l’avocado e, più raramente, l’ananas. Il sushi si gusta intinto con Salsa di Soia e Wasabi (una salsa verde di rafano dal sapore pungente, che di solito si diluisce in piccole quantità nella salsa di soia).
Ma i piatti base della cucina giapponese non sono solo quelli che vertono intorno al sushi…

Cercando di ricordare i mille piattini che abbiamo assaggiato, ecco più o meno che cosa abbiamo preso ieri sera:
- Tekka Maki (Maki-Sushi con tonno crudo);
- Sake Maki (Maki-Sushi con salmone crudo);
- Ebi Maki (Maki-Sushi con code di gambero cotto);
- Avogado Maki (Maki-Sushi con avocado);
- Kappa Maki (Maki-Sushi con cetriolo);
- Amaebi Sushi (Nighiri-Sushi con gambero crudo);
- Ebi Sushi (Nighiri-Sushi con gambero cotto);
- Anago Sushi (Nighiri-Sushi con anguilla alla piastra);
- Maguro Sushi (Nighiri-Sushi con tonno crudo);
- Sake Sushi (Nighiri-Sushi con salmone crudo);
- Ika Sushi (Nighiri-Sushi con calamaro e uova di salmone, dette Ikura);
- Tako Sushi (Nighiri-Sushi con polpo);
- Hotategai Sushi (Nighiri-Sushi con polpa di capesante e Ikura);
- Futomaki (Maki-Sushi più largo con diversi ingredienti, scelti in modo da completarsi a vicenda come gusto e come colori, tipo tonno crudo, gambero cotto, avocado e ananas);
- Sake Temaki (cono di Nori con riso e salmone crudo sotto forma di tartara, detto Tarta Sake);
- Negitoro Temaki (cono di Nori con riso e tonno crudo sotto forma di tartara, detto Tarta Maguro);
- Uramaki (Sushi-Maki che, a differenza degli altri, ha il riso all’esterno e il Nori all’interno, a circondare il ripieno -spesso misto come nel Futomaki-. Lo strato di riso esterno viene spesso guarnito con un altro ingrediente, come uova di lompo o semi di sesamo tostati);
- Inarizushi (una piccola tasca o cavità fatta con il Nori, spesso riempita con Ikura, con Tarta Sake o Tarta Maguro);
- Miso Shiro (zuppa a base di Miso, un derivato della soia, arricchita con verdure);
- Sashimi Sake (semplice filetto di salmone crudo freschissimo);
- Sashimi Maguro (semplice filetto di tonno crudo freschissimo);
- Tempura di gamberi (gamberi impastellati e fritti);
- Tempura mista (pesce e verdure impastellati separatamente e fritti).

La qualità del pesce da Oh Sushi è senz’altro ottima, ma i prezzi sono un po’ alti considerato il fatto che il servizio è minimo (i camerieri servono praticamente solo le bevande e i cibi cotti, che non scorrono sul rullo ma vanno ordinati): meglio andarci quando non si ha troppa fame! Un’ultima cosa: il biglietto da visita è il più carino che io abbia mai visto, a forma di omino giapponese ciccione, probabilmente un lottatore di sumo…!

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01.23.08

Pollo al Curry

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Ispirata dalla cena di sabato sera, ieri sera mi sono cimentata nel cucinare questo favoloso piatto indiano, il Pollo al Curry, un po’ attingendo da alcuni siti e… un po’ lasciando spazio al gusto personale. Ecco la mia ricetta:

INGREDIENTI (per 4 persone)
- 900 gr di sovraccosce di pollo spellate e disossate
- 2 cipolle
- 2 carote
- succo di 1 limone (scarso)
- 200 gr di yogurt bianco (ottimo il greco, si trova sfuso nei supermercati al reparto gastronomia)
- 2 cucchiai di curry
- olio d’oliva
- sale
- 200 gr abbonanti di riso basmati

PREPARAZIONE
Ponete il riso basmati nella pentola di cottura (meglio se alta), aggiungendo acqua quanto basta per bagnarlo tutto. Girate il riso con la mano in modo da privarlo, almeno in parte, dell’amido, quindi scolatelo e ripetete l’operazione. Lasciate quindi il riso in ammollo per circa 20 minuti nella sua “terza” acqua, che dovrà essere tanta da coprirlo bene tutto. Preparate poi un trito finissimo con le cipolle e le carote. Tagliate il pollo, spellato e disossato, a pezzetti, e fatelo cuocere in una teglia precedentemente oliata finché tutti i bocconcini non avranno preso colore. Aggiungete quindi il trito e, quando questo sarà dorato, i due cucchiai di curry. Regolate di sale (giusto due pizzichi) e lasciate cuocere a fuoco medio col coperchio per circa 20 minuti, mescolando di tanto in tanto e aggiungendo, se necessario, un po’ d’acqua. Nel frattempo ponete la pentola con il riso ammollo sul fornello (il riso basmati non va buttato nell’acqua quando questa bolle, come si fa invece con il riso tradizionale!), lasciandolo cuocere a fuco medio/basso per 15 minuti esatti, senza mai alzare il coperchio. Alla fine della sua cottura salate il riso, ma senza esagerare. Infine aggiungete al pollo il succo di limone e lo yogurt, mescolando a fuoco basso finchè il sugo non si sarà fluidificato. Servite quindi il pollo accompagnato dal riso.

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Devo dire che come primo tentativo è riuscito alquanto bene… :)
Buon appetito!

SICCOME QUESTA FOTO HA FATTO IL GIRO DELLA RETE, CHIEDEREI GENTILMENTE A TUTTI VOI INERNAUTI BUONGUSTAI DI NON ABUSARE PIU’ DI CIO’ CHE NON VI APPARTIENE… CUCINATE E FOTOGRAFATE DA SOLI, E’ COSI’ GRATIFICANTE! ;)

01.22.08

Ristorante Darvish

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Quello che vi propongo oggi è un locale multietnico che si trova a Firenze, in Via Ghibellina 76/r, dove Luca ed io siamo stati a cena sabato sera con Claudia e Nicola. Loro c’erano già stati e ce ne avevano parlato molto bene, così abbiamo deciso di provarlo anche noi. Il ristorante – cocktail bar Darvish propone piatti provenienti da vari paesi: Grecia, Persia, Thailandia, Libano, India, Turchia, Israele. Questo, se da un lato può rappresentare un limite (molti non si fidano di certi locali “misti”), dall’altro è positivo poiché permette di scegliere di quale paese orientale gustare la cucina…
Il locale è molto piccolo, circa una decina di coperti, ma è davvero ben curato: luci calde e soffuse, candele, rilassante musica araba, drappeggi esotici e aromi speziati… tutto contribuisce a creare un’atmosfera piacevole, intima e… ovviamente orientaleggiante!

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Ecco quali sono i piatti che abbiamo assaggiato:
- Frittelle di Patate (Persia) con cipolla, farina, uova e spezie;
- Tortino di Spinaci (Israele) con uova, farina, feta e spezie;
- Tortino di Carote (Persia) con uova e cannella;
- Humuos (Libano), una salsa a base di ceci, aglio, limone e Tahina (una crema oleosa che si ottiene dai semi di sesamo tostati e spremuti);
- Babaganush (Libano), una crema di melanzane affumicate con tahina e spezie varie;
- Pollo al Curry (India), a base di yogurt, pomodoro, carote e, ovviamente, curry;
- Felafel (Libano), polpette a base di ceci, prezzemolo, porri, sedano e coriandolo;
- Pollo al Lime, accompagnato o da Riso con Lenticchie (Persia) insaporito con cipolla e curcuma o da Riso Verde (Persia) a base di porri, aneto ed erbe.

(Un grazie particolare a Nicola, che ha fotografato l’intero menu… altrimenti non avrei mai potuto ricordarmi tutto!!!)
Abbiamo mangiato davvero bene, anche se sono un po’ di parte visto che adoro i sapori orientali… :)
Dunque, un ottimo rapporto qualità – prezzo: la spesa è stata di circa 22 euro a testa, compresi il vino, l’acqua, i dolci e i caffè. A proposito di caffè: al Darvish si possono sorseggiare anche il caffè turco (simile a quello greco, cioè parecchio denso) e quello marocchino (con la schiuma del latte e il cacao in polvere). Insomma, se passate da quelle parti vi consiglio di farci una sosta, anche solo per sorseggiare una delle numerose varietà di tè!

01.16.08

Tokidoki

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Da poco tempo ho scoperto questo nuovo marchio, che mi ha incuriosito per il suo stile colorato e per i suoi personaggi decisamente particolari. Così mi sono documentata un po’ ed ho scoperto che… “Tokidoki è il nome d’arte di Simone Legno, un graphic/web designer romano con circa 10 anni di esperienza professionale, che ha imposto a livello mondiale un marchio nato come progetto personale. Attualmente Legno vive a Los Angeles, dove ha creato appunto una sua linea di magliette e gadgets, ma ha lavorato e lavora anche per nomi come Toyota, MTV, John Galliano, Tim, Telecom, Renault, Alessi. La celebrità tra il grande pubblico è forse arrivata grazie alla collaborazione con Fornarina, per cui Tokidoki ha decorato capi di abbigliamento e borse. Tokidoki (in giapponese “qualche volta”) è sinonimo di figure femminili orientali, di giocosità e sensualità.” (da http://www.elmanco.com/2007/10/03/tokidoki/ e http://www.mtv.it/mtvtoy/tokidoki.asp)

Insomma, viene da dire soltanto “buon per lui”…… Però i suoi disegni mi piacciono da morire…

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(Da http://mmbf2create.blogspot.com/2007/11/tokidoki.html)

… Così tanto che ieri mi sono tolta uno sfizio e mi sono comprata una t – shirt con Sandy (la bambolina – cactus verde coi capelli rosa), alla “modica” cifra di 42 euro… Ma che “caro” questo Simone Legno!!!

01.11.08

Ristorante Dioniso

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Oggi io e Luca siamo stati a pranzo da Dioniso, un ristorante greco in Via San Gallo 16/r, a Firenze. A dire la verità ci eravamo già stati altre volte, e ci era sempre piaciuto, ma avevo sempre aspettato a parlarne perché avevo bisogno di rinfrescarmi la memoria… Beh, ora è arrivato il momento!

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Il ristorante, gestito da italo-greci, non è molto grande, giusto due salette, ma ha anche un piccolo gazebo coperto all’esterno dove d’estate si sta molto bene. All’interno i colori sono quelli tipici della Grecia, prevalentemente azzurri, e ci sono poster di film tipo “Zorba il greco” e di personaggi come Irene Papas e Aristotele Onassis… Insomma, l’atmosfera è molto accogliente e il locale è sempre pieno!

Adesso passiamo al cibo, che non ci ha mai deluso. Questo è quello che abbiamo mangiato oggi:
- Pita Ghiros, ossia un piatto che comprende una pita (il tipico “pane” greco, tipo piadina), un bel po’ di ghiros (carne di maiale o di pollo infilzata in uno spiedo verticale, che rotea intorno al suo asse, tipo kebap -la parola greca“ghiros” ha infatti lo stesso significato di “doner”, che spesso precede la parola “kebab” o “kebap”-), patatine fritte, pomodori, cipolle e tzatziki (una salsa tipica greca a base di yogurt, aglio e cetriolo) ;
- Insalata Greca, un’insalatona (dove non c’è insalata!) con pomodori, cetrioli, feta (il tipico formaggio greco, favoloso!), cipolle e olive greche (nere, grandi e ben speziate);
- Pikilia Dioniso, ossia un piatto unico con diversi assaggi: due salse diverse (Kafteri, salsa di formaggi greci con peperoncino, e Melitzanosalata, salsa di melanzane e mollica di pane), verdure saltate, tre tipi di polpettine (di ceci, di carne di manzo e di formaggio), un Dolmadakia (involtino con foglie di vite ripieno di riso ed erbe aromatiche), pomodori e un po’ di ghiros di maiale;
- Spanacopita, cioè pasta filo (tipo pasta sfoglia) ripiena di spinaci, feta e aneto (a vederla è un po’ come la nostra valdostana).

Tra i piatti che invece oggi non abbiamo mangiato, ma che sono molto buoni, ci sono anche la Mussaka (uno sformato di melanzane e patate con ragù di carne e besciamella), l’Imam (melanzane ripiene con verdure, pomodoro e feta), il Suvlaki (spiedino di maiale o pollo alla griglia) e la Feta al Cartoccio, con pomodori, olive greche e peperoncino.

Ho notato che molte persone, da Dioniso, mangiano pesce, e a vederlo sembrerebbe molto invitante (per quanto siano cose molto semplici, tipo pesce spada, polpo o gamberoni alla griglia); l’unico motivo che ogni volta mi frena è che adoro il sapore della carne cucinata da loro, sia ghiros che suvlaki, ricca di odori e di spezie (credo che venga lasciata a marinare per ore in olio, limone e spezie varie: origano, menta, peperoncino, aneto, cumino, cannella e coriandolo, la cui presenza e le cui quantità variano a seconda del luogo), per cui ogni volta mi butto su quella!
Un’ultima cosa: assaggiate il tipico Yogurt Greco, che rispetto al nostro è più denso, più cremoso, meno acido e più dolce (e anche più calorico!); di solito viene servito con miele e noci, ma è molto buono anche al naturale.

Ah, dimenticavo: sempre a Firenze, in Via dell’Agnolo 93/r, c’è la Ghirosteria Dioniso (stesso gestore), dove gli stessi piatti greci li trovate da asporto (ci sono comunque diversi tavoli con sgabelli per sedersi e mangiare lì). Qui potrete mangiare l’altra variante della Pita Ghiros, non al piatto, ma “a mano”, ossia arrotolata a mo’ di panino. E qui ovviamente, la spesa è più contenuta, nonostante non sia eccessiva neppure in Via San Gallo, dove si può arrivare a spendere intorno ai 25 euro a testa, ma giusto se uno ha deciso di sfondarsi… :) In effetti, la cucina greca tende a riempire… Ma è fantastica!!

EDIT: LA GHIROSTERIA; AHIME’, NON ESISTE PIU’…. :(

01.09.08

It’s tea time!

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Sul giornaletto che regalano nei supermercati Esselunga, alla cassa (“News”), ho trovato un articolo interessante sul tè (di Cristina Sparaciari): consumo, origini, proprietà, etc. Essendone una consumatrice abituale (per quanto per nulla intenditrice!) mi è venuta l’idea di riportare l’articolo qui sul mio blog, non si sa mai, magari non tutti si servono in questa catena di supermercati… :)

“Il tè ha origini leggendarie e una storia lunga cinquemila anni. In Occidente è arrivato circa quattrocento anni fa grazie ai traffici commerciali in Oriente di olandesi, portoghesi e inglesi. E, dopo l’acqua, è ancora oggi la bevanda più bevuta al mondo. Si stima che siano cinquanta milioni le tazze di tè bevute quotidianamente e che il consumo medio a testa sia di 120 ml al giorno, poco meno di una tazza. In Italia sbarcò nella Repubblica di Venezia nel 1559 al seguito di un avventuroso ambasciatore. I viaggi erano lunghi e pericolosi fino a quando nel 1869 fu inaugurato il Canale di Suez e le imbarcazioni che percorrevano la via del tè poterono finalmente evitare il Capo di Buona Speranza e tagliare per il Mar Rosso. Il mitico veliero Cutty Sark era appunto un “tea clipper”, uno di quei vascelli che all’epoca facevano la spola tra Shangai e Londra per rifornire il Vecchio Mondo delle preziose gemme e foglioline della Camelia Sinensis. Oggi a produrre tonnellate di tè ogni anno sono principalmente India, Sri Lanka, Cina, Kenia e, soprattutto per il tè verde, Giappone. Seguono altri paesi africani, Indonesia, America del Sud e Australia. E ci sono piccoli appezzamenti, anche in Italia, nella piana lucchese.

UNA SIGNORA CAMELIA
La pianta del tè è una camelia dai fiori bianchi bellissimi, con vistosi stami gialli. Secondo il Tea Council inglese se ne contano millecinquecento varietà. Se cresce selvatica può innalzarsi anche oltre i dieci metri, ma nei cosiddetti “giardini” la si mantiene attorno al metro, cioè a misura di raccolta. Questa avviene in genere più volte l’anno: si raccolgono i germogli in cima ai rametti e le prime tre o quattro foglioline sottostanti. Poi segue la lavorazione e da questa deriva il tipo di tè che troviamo in commercio.

VARIETA’ E PROPRIETA’
Quello che consumiamo di più è il Tè Nero: English Breakfast (dal sapore vagamente tostato, che accompagna la sveglia del mattino), Darjeeling (il tè delle cinque per antonomasia), Earl Grey (aromatizzato al bergamotto) e Orange Pekoe. In questo caso, germogli e foglie sono lasciati all’aria per 12-24 ore o distesi in lettiere e sottoposti ad un leggero flusso di aria calda. Quindi vengono arrotolati meccanicamente (in modo che escano gli enzimi che determinano la fermentazione), dopo di che sono messi a fermentare in ambienti umidi e, infine, lasciati essiccare. Il tè cinese chiamato Oolong (spesso aromatizzato al ribes nero) è sottoposto ad una fermentazione molto breve, tanto che è detto semifermentato. Il Tè Rosso, chiamato anche Pu Erh, ha un processo di produzione molto particolare, che prevede l’aggiunta di lieviti, ed una fermentazione lunga, che può durare anche due anni. Questa produzione rende il tè rosso particolarmente ricco di antiossidanti. Il Pu Erh non va confuso con l’infuso di Rooibos, ottenuto da un arbusto proveniente dal Sudafirca, anch’esso chiamato a volte tè rosso. Il prezioso Tè Bianco, invece, non è sottoposto a fonti di calore, ma ad una lavorazione più delicata. Prodotto in minime quantità, è uno dei migliori tè in commercio. Si ottiene dai tenerissimi germogli, non ancora schiusi, raccolti due volte l’anno (in aprile e settembre), in una precisa regione cinese, la provincia di Fujian, e oggi anche in alcune piantagioni dello Sri Lanka. Un tempo quelle gemme erano esclusivamente raccolte per i delicati palati della famiglia imperiale. E’ un tè chiarissimo e dolce che non vuole aggiunte né di latte né di limone. Si gusta a qualsiasi ora ed è perfetto anche durante i pasti. Il Tè Verde, infine, è apprezzato per le sue innumerevoli proprietà salutari. Dal gusto un po’ agro ma piacevole, contiene molti polifenoli principalmente del gruppo delle catechine (tra cui l’Egcg, che ha elevatissime proprietà antiossidanti, di cui si studiano le proprietà antitumorali). Un vero concentrato di salute se bevuto regolarmente.

MISCELE E AROMI
Il tè che troviamo in commercio è “blended” (miscelato). Infatti, a seconda dei raccolti, del terreno, dell’altitudine della zona di coltivazione e delle stagioni, la qualità del tè non può essere identica. Ad assicurare al mercato sempre lo stesso sapore ci pensa un personaggio chiave delle aziende produttrici, il “tea taster”, il degustatore di tè. Specialista nella perfetta miscelatura, sa riconoscere al gusto la provenienza del tè che ha nella tazza e, dopo decine di assaggi, decide qualità e quantità da assemblare. Chi si volesse avventurare in miscele personali con i tè in foglie dovrà fare esperimenti magari consultando “The Tea International”, la rivista-bibbia degli irriducibili amanti del tè. Oggi sono molto diffusi anche i tè Floreali, Speziati o Fruttati. In genere, si tratta di tè nero aromatizzato, per esempio, al gelsomino, alla vaniglia, alla pesca, alla fragola etc. Il famoso Lady Grey, un tè per tutte le ore, richiama arancia, limone e bergamotto.

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IL RITO DELLE CINQUE
Il tè delle cinque è una tradizione che nacque in Inghilterra il giorno dell’incoronazione della regina Vittoria. Erano gli anni Trenta dell’800 e nelle case dei benestanti il tè era immancabile. Oggi come allora, i puristi per addolcire usano zucchero di canna, niente limone, semmai un goccio di latte. In Inghilterra, ad una fumante tazza di tè, si accompagnano “scones” alla panna (dolcetti morbidi e fragranti), plumcake o sandwich al cetriolo e al prosciutto affumicato. Nel terzo millennio sono spariti i pizzi e i pasticcini e un buon tè si può gustare a casa grazie all’ampia scelta di bustine proposte dal mercato. A proposito di bustine: sapete chi le ha inventate? Un tale Thomas Sullivan, commerciante di tè a New York che, nel 1908, aveva cominciato a inviare ai clienti campioncini dentro sacchetti di seta. La loro diffusione come “tea bags” avvenne però solo negli anni Settanta e iniziò, guarda caso, ancora in Inghilterra.

REGOLE E CURIOSITA’
Come si conserva? Il tè assorbe l’umidità. Per mantenerlo fresco e non modificarne il gusto, conservare il tè sciolto e le bustine in un contenitore sigillato.
Come si prepara? Usare sempre acqua appena uscita dal rubinetto. Assicurarsi che la teiera sia pulita. Scaldare la teiera sciacquandola con un goccio di acqua bollente. Per il tè nero e per il tè verde, fare bollire l’acqua non troppo a lungo e usarla subito. La quantità giusta è un cucchiaino di tè per persona e uno per la teiera, ma è possibile usare quantità maggiori o minori per un tè più forte o più leggero. Un copriteiera allunga il tempo di infusione e può rendere amaro e troppo carico il tè.
Quanto lasciare in infusione la bustina? Tre minuti. Poi aggiungere latte o limone, a seconda delle preferenze.
Quanto lasciare in infusione il tè sciolto? Dai quattro ai sette minuti. La regola generale è: più grande è la foglia, maggiore è il tempo di infusione.
Il tè sfuso produce un tè migliore delle bustine? Entrambi i tipi di tè presentano dei vantaggi. Per molti il rituale della preparazione del tè è più appagante e il tè in foglie ha un gusto più delicato e profumato. Ma le bustine sono più comode e danno un tè dal gusto più intenso. Le miscele utilizzate per la produzione di bustine e di tè sciolto sono le stesse.
Bisogna versare prima il tè o prima il latte? La regola “prima il latte” serviva a proteggere la leggera porcellana “bone china” in cui un tempo veniva servito il tè. Oggi è una scelta personale.
Perché a volte nella tazza si forma un residuo oleoso? A causa della dimensione delle foglie utilizzate per le bustine, il tè può liberare alcuni oli essenziali che producono un residuo del tutto innocuo.

UN PRESIDIO DI BENESSERE
Antiossidante: il tè contiene sostanze polifenoliche, note per le proprietà antiossidanti. Le principali appartengono al gruppo delle catechine e dei flavonoli.
Idratante: il tè è perfetto per ripristinare i fluidi persi, meglio se bevuto di frequente e in piccole quantità.
Poco calorico: consumato “liscio” ha un minimo contenuto di grassi e calorie. La normale tazza (200 ml), con un goccio di latte parzialmente scremato, contiene solo 14 kcal e meno di 0,5 grammi di grassi.
Senza carboidrati: la quantità di carboidrati varia a seconda delle infusioni. Gli infusi di tè come quelli delle erbe pure, ad esempio camomilla e menta piperita, sono praticamente privi di carboidrati, mentre quelli con frutta hanno un contenuto di carboidrati maggiore.”

01.08.08

Carcassonne

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Un altro gioco da tavolo che in questo periodo mi appassiona da morire è Carcassonne, un gioco tedesco progettato da Klaus-Jürgen Wrede e pubblicato nel 2000 da Hans im Glück in tedesco e da Venice Connection in italiano. Il gioco prende il nome da una città medievale situata nel sud della Francia, Carcassona, celebre per le sue mura.

“Carcassonne è un gioco a mappa componibile in cui la plancia viene creata dai giocatori stessi (da 2 a 5) durante la partita; questo, oltre a costituire la principale strategia, garantisce partite sempre diverse. Lo scopo è quello di totalizzare più punti vittoria dei vostri avversari prima che si esauriscano tutte le tessere che compongono il tabellone di gioco.
Ogni partecipante ha a disposizione sette segnalini, o “seguaci” (l’ottavo si utilizza per i punti) da posizionare sul tabellone per delimitare delle zone “di proprietà”. Le tessere, per lo più tutte diverse tra loro, raffigurano, anche in forma mista, campi, città, strade e monasteri. Quando un giocatore posiziona una tessera, può anche piazzare uno dei suoi segnalini su questa per poter guadagnare punti. I segnalini così piazzati avranno un valore diverso a seconda della tipologia di terreno su cui insistono. I segnalini su strade, monasteri e città aumentano il loro valore in relazione alla lunghezza/grandezza dell’opera; la differenza maggiore, però, sta nel fatto che una strada incompleta, a fine partita, ha comunque un valore, così come un monastero, mentre una città incompleta dà solo la metà dei punti. I segnalini su strade, monasteri e città, inoltre, possono essere recuperati e riutilizzati nel corso del gioco, quindi possono avere una valenza strategica superiore. I segnalini nei campi, invece, vengono conteggiati a fine partita; quindi, se è vero che hanno un potenziale maggiore, è altrettanto vero che non possono essere riutilizzati.
Tutte queste categorie di segnalini possono essere posizionate soltanto in zone libere (dove nessun altro giocatore ha messo il suo) ma, in seguito, durante la composizione della mappa, potrebbero trovarsi in conflitto con quelli di altri giocatori, costringendovi a dividere i punteggi, se non proprio a perderli del tutto. Altre situazioni di conflitto si creano al momento del posizionamento delle tessere: potrà capitarvi di sistemare tessere che potrebbero favorire i vostri avversari.

PREGI: la componibilità della plancia garantisce un’infinità di scenari, e riduce quindi il rischio di partite noiose e ripetitive. Inoltre, questo gioco garantisce il divertimento anche in partite di soli due giocatori (cosa che avviene di rado con altri giochi da tavolo).

DIFETTI: il gioco di Carcassonne non richiede solo abilità, ma anche un po’ di fortuna: nonostante le varie strategie, infatti, ogni giocatore deve “pescare” le tessere in modo casuale, il che può impedire di portare a termine eventuali piani.” (Liberamente tratto da http://nuke.goblins.net/modules.php?name=Reviews&rop=showcontent&id=273).

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01.04.08

Capodanno alle Cinque Terre

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Quest’anno io e Luca abbiamo deciso di trascorrere il capodanno alle Cinque Terre. In realtà è stata una decisione presa all’ultimo momento, dato che non avevamo ancora deciso cosa fare… avevamo voglia di partire, di stare un paio di giorni in relax lontani dalla solita monotonia e di vedere posti nuovi senza però andare troppo lontano e senza spendere un’esagerazione… Così il 27 dicembre abbiamo cercato su internet qualche Bed & Breakfast, e alla fine abbiamo trovato da dormire a Corniglia, la terza delle Cinque Terre.

Le Cinque Terre (Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso) sono una delle aree naturali più incontaminate della costa tirrenica, e dal 1997 sono divenute persino Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco. Sono cinque paesini arroccati su speroni di pietra in minuscole insenature, formati da anguste stradine che si inerpicano verso l’alto, sulle quali si affacciano casette coloratissime strette e sopraelevate, che danno il caratteristico fascino a questi borghi. La viticoltura a terrazzamenti caratterizza le colline della zona, che si trovano a strapiombo sul mare cristallino.

La mattina del 31 siamo arrivati a Corniglia in macchina, non c’era molta gente per fortuna così abbiamo potuto lasciare l’auto in un parcheggio non a pagamento, dove l’avremmo lasciata fino alla fine della nostra vacanza: per girare i vari paesini, infatti, è consigliabile usare il treno. Così, dopo aver lasciato i bagagli al Bed & Breakfast “Da Beppe”, nel centro di Corniglia (presso un’anziana signora abbastanza cortese), abbiamo sceso la “Lardarina”, una lunga scalinata di mattoni formata da ben 382 gradini, e siamo arrivati alla stazione. Qui abbiamo fatto la tessera che consente di utilizzare qualunque treno che viaggi nel tratto compreso tra Sestri Levante (ad ovest delle Cinque Terre) e La Spezia (ad est delle Cinque Terre), di avere accesso a qualsiasi museo della zona e di usufruire del servizio di pullman per andare dal paese di Corniglia fino alla stazione e ritorno (onde evitare di fare la “Lardarina” due volte al giorno..!). La giornata era bellissima, dunque abbiamo deciso di visitare per prima Monterosso, l’unica con una “vera” spiaggia… ed abbiamo fatto benissimo: si stava così bene che si poteva prendere il sole a maniche corte! Monterosso è, secondo me, uno tra i più carini dei cinque borghetti. Abbiamo mangiato anche un ottimo pesce al ristorante “La Barcaccia”, in particolare delle fantastiche acciughe (sotto sale, al limone, macerate con capperi e olive etc.), tipiche di Monterosso. Nel pomeriggio, poi, siamo tornati a Corniglia e abbiamo fatto due passi per le sue viuzze; anche se non è tra le più carine, Corniglia gode di una splendida visuale della costa circostante, in quanto è l’unica che non ha sbocco sul mare (si trova a 100 m sul livello del mare). Poi ci siamo preparati per la cena: i locali aperti a Corniglia erano solo un paio, noi abbiamo optato per il ristorante “Cecio” ma… solo dopo abbiamo capito di aver commesso un grosso errore! In effetti ci era piaciuta l’idea che non vi fosse nessun cenone, ma cena libera; però appena seduti siamo stati praticamente costretti dal tipo (peraltro poco cortese e per niente simpatico) a mangiare quello che voleva lui… diceva che c’era troppa gente e che altrimenti in cucina sarebbero diventati matti ad accontentare tutti… ma ci saranno stati al massimo 25 coperti! Cosa dovrebbero dire i ristoranti del centro di Firenze che 25 coperti ce li hanno praticamente ogni sera?!?! Insomma, questa costrizione non ci è piaciuta per niente, ma abbiamo lasciato correre visto che comunque si trattava pur sempre di spaghetti allo scoglio… Peccato però che il pesce fosse stato surgelato (quando i gamberetti e le cozze sono duri e ristretti, come non accorgersene!)! Per farla breve, abbiamo speso 66 euro in due (un antipasto, due primi, un secondo e un vino), cosa che può andar bene in condizioni normali, ma che non è accettabile quando si sta da cani! Per cui siamo usciti incavolati, portandoci via il vino avanzatoci (odio farlo, ma in questo caso ci voleva proprio!), e ce lo siamo finito di bere su una panchina nella piazzetta principale, mentre scoccava la mezzanotte e i bambini scoppiavano petardi!

La mattina dopo ci siamo alzati presto (non avevamo certo fatto tardi, la sera precedente…) e col treno siamo andati a Manarola, forse la più carina delle Cinque Terre. Da lì, percorrendo la Via dell’Amore a piedi (come siamo romantici!), siamo arrivati fino a Riomaggiore. Avendo mangiato un pezzo di focaccia a metà mattinata (laggiù ci sono dei forni favolosi!) non avevamo molta fame, così abbiamo deciso di andare anche a Vernazza, l’ultima delle Cinque Terre che ci era rimasta da visitare, e magari di mangiare là un po’ più tardi. A Vernazza abbiamo trovato orde di turisti (cosa che non era accaduta negli altri borghi) e… neanche un ristorante aperto! Così abbiamo obbligatoriamente ripiegato su una pizzeria a taglio (l’unico locale di Vernazza aperto l’1 gennaio a pranzo, insieme a due gelaterie… mah), che quel giorno deve aver fatto fortuna perché per forza di cose erano tutti a mangiare lì, ed abbiamo mangiato la pizza più schifosa della nostra vita (dopo quella di Londra :) ), anche lì con la costrizione della margherita perché quel giorno, stranamente, non facevano altro. Se c’è una cosa che ho imparato di questi posti, insomma, è che i turisti non vengono accolti a braccia aperte (spesso quando entri in un locale per consumare sembra che tu gli stia facendo un dispetto), e che le persone sono estremamente chiuse e scortesi (tranne rare eccezioni… ora ci arrivo!). Disgustati dalla pizza di Vernazza, abbiamo ripreso il nostro trenino per Corniglia, e dopo una doccia rigenerante siamo usciti per vedere se, dei cinque locali del posto, almeno uno (che non fosse Cecio!) era aperto per cena. E lo abbiamo trovato: “A Cantina di Mananan”, dove ci siamo rifatti di tutti i “torti subìti”! Spendendo la stessa cifra della sera prima abbiamo mangiato due ottimi antipasti di mare, due tagliolini fatti in casa coi “veri” frutti di mare (persino cicale, cannolicchi e paguri!), una “padellata del pescatore”, con gli stessi frutti di mare cotti col pomodoro fresco e il pane arrostito (tipo zuppetta) ed una panna cotta con una marmellata di pere che era la fine del mondo!! Consiglio vivamente questo posto a chiunque (dicevano che anche la carne fosse ottima), tra l’altro il proprietario era davvero simpatico e cordiale, strano ma vero, e ci ha fatto persino un po’ di sconto!

La mattina del 2 gennaio, poi, abbiamo salutato la signora del Bed & Breakfast e siamo ripartiti coi nostri bagagli… prima di tornare a casa, però, ci siamo fermati a Porto Venere, abbiamo fatto un giro per il centro (molto carino!) e siamo saliti su fino all’antico castello medievale, dove la visuale era fantastica! Anche qui abbiamo mangiato dell’ottimo pesce al ristorante “La Medusa” (gli spaghetti al batti batti – una specie di granchio- erano divini!)… e dopo aver comprato due ricordini siamo venuti via, per tornare, stavolta davvero, verso casa.

Abbiamo fatto tantissime foto in questi giorni: qui ve ne mostro una di Manarola fatta dall’alto della stradina panoramica che porta dalla piazzetta principale fino al punto più alto.

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